Siamo cristiani cattolici, credenti e praticanti: quindi lo spauracchio del “venerdì 13” non ci tange proprio. Noi crediamo in Gesù, nella sua forza innovatrice, nella sua fede nel Padre, che tutto conosce e tutto può.

Sono le 7 e la sveglia suona inesorabilmente per tutti gli studenti, e per tutti i lavoratori.

“Tutti giù dal letto!” tuono, ma con voce delicata e sorridente!

Eugenio proprio non vuole ascoltare il mio consiglio, imponente, ma sempre consiglio.

Mi avvicino a lui, al suo lettino.Noto subito che c’è qualcosa che non va, perché è assente, molto assente, stralunato, tipico post sbornia. Ma ieri sera, se ben ricordo, Eugenio non è andato in discoteca, non ha fatto tardi con gli amici e amiche, non si è tuffato in una nottata tutto sesso e droga. Quindi, da dove deriva questa spossatezza, questa apatia, questa assenza, questa mancanza di contatto con la realtà?

“Eugenio, Eugenio…” lo sollecito ancora, ed ancora. Niente, non risponde. E’ lontano, la sua mente è lontana.

Mi preoccupo, mi spavento.

Io che sono impulsivo, immediatamente allerto Giuseppina, e forti dell’esperienza di ieri, di tutta la giornata di ieri, voglio subito trovare una soluzione a questo incredibile, inspiegabile, anonimo problema.

“Da qualche parte dobbiamo pure cominciare!” tuono, profetizzando!

Porta gli occhiali: iniziamo da una visita oculistica. “Chiama zio Antonio e digli che tra cinque minuti, vuole o non vuole, deve visitare Eugenio”

Capisco che siamo meridionali, capisco che siamo italiani: ma la strizza alle natiche ti carica di tanta adrenalina che vorresti bruciare il mondo.

Il telefono fisso e poi il cellulare iniziano a diventare roventi: chiama li, chiama la. Zio Antonio Filippelli, cugino di mia suocera Antonietta, amabilissimo e iper disponibile, ci aspetta in studio per visitare Eugenio entro mezz’ora.

Perfetto. Di fretta e furia ci prepariamo tutti e 4. Io accompagno Francesca a scuola, torno come un razzo a casa, ci imbarchiamo in macchina e partiamo in direzione Alife (CE).

Alle 9.30 siamo nello studio di Antonio Filippelli, dottore oculista, chirurgo oculista presso l’ospedale di Campobasso; dottore molto esperto, meticoloso e preciso.

Eugenio è già sullo sgabello di visita. Procede con la classica visita degli occhi, per valutare il grado di acutezza visiva. Procede spedito, ergo fin qui nessun problema. Ma sente qualcosa nell’aria, avverte l’odore acre del pericolo, del problema.

“Aspettate qua, non vi muovete”, tuona Antonio. Noi, un pochino perplessi per questa sua decisione, accettiamo di buon grado, per la salute di Eugenio. Che tutto sommato appare normale, normalissimo, incuriosito dai macchinari dell’oculista, distratto dalle mille lucette, affascinato dal nuovo monitor LCD con le lettere classiche del controllo visivo.

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“Voglio verificare il fondo oculare!”

Boh, ci diciamo io e Giuseppina, per certo sa di quello che parla e sa fare bene il suo lavoro, o meglio missione!

I minuti scorrono lenti, attendiamo che le gocce facciano effetto e che la pupilla sia ben dilatata. Ecco, è pronta per questo esame. Eugenio tranquillamente si siede allo sgabello, Zio Antonio dall’altro lato dell’apparecchiatura gli da le indicazioni di come deve poggiare la fronte, come deve tenere lo sguardo… ok, esame finito.

Si alza dallo sgabello, ci guarda con uno sguardo sgomento e pietrificato. “Ragazzi, non so dove, non so come, perché non sono pratico delle strutture in zona, ma voi entro mezz’ora dovete fare una risonanza ad Eugenio, se con contrasto ancora meglio! Questa è la prescrizione anche per le lenti, c’è un leggero peggioramento che non è importante. Adesso (tuona) quello che dovete fare subito, è la risonanza”.

Usciamo imbambolati, storditi, anestetizzati, dallo studio. Non abbiamo ancora compreso cosa ci ha appena detto, tanto è vero che con la prescrizione delle lenti in mano entriamo di fronte, nel negozio di ottica del caro amico Ennio Corniello.

Ubriachi della notizia, frastornati, forse perché avevamo intuito che qualcosa di grave aleggiava sulle nostre teste, insistiamo con la pretesa delle lenti nuove per Eugenio.

Giusy Rotondo, la commessa nel negozio di ottica e nostra carissima amica, ci guarda amorevolmente, avendo capito che il nostro rifiuto ad un simile dramma era mentale, non l’avevamo ancora digerito, neanche assimilato.

Insiste: “amici, le lenti non sono il problema; vi dovete preoccupare per la risonanza, urgente, perchè c’è qualcosa di ben più grave della vista”

Interviene anche Ennio Corniello, altro amico carissimo, che approva le predette parole di Giusy. “Ragazzi, muovetevi, cercate un laboratorio, una clinica, una struttura che vi faccia subito una risonanza, al più presto!”

Tutto ad un tratto, io e Giuseppina ci svegliamo, quasi come una doccia fredda, una consapevolezza che avevamo trascurato e voluto accantonare nell’angolo più remoto del nostro cervello, e del nostro cuore. Ci rendiamo conto che abbiamo un problema, un grande problema; ce lo hanno ripetuto più volte, ma il nostro cervello ha deciso di scartarlo, come si fa con tutte le cattive notizie.

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Riprendiamo i sensi, il nostro cervello inizia a funzionare regolarmente: guardiamo negli occhi Eugenio, che non mostrava alcun segno tangibile della malattia che lo stava già divorando, guardiamo negli occhi Ennio, Giusy. Ci salutiamo con un cenno del capo. Capiscono, comprendono.

Di volata ritorniamo a casa. Eugenio è ancora tramortito: non comprende bene il perché di tutto questo trambusto, di tutto questo movimento irrequieto.

Giuseppina al telefono è peggio di una centralinista: le sue dita volano sulla tastiera, componendo i numeri telefonici di tutti i laboratori, cliniche, diagnostiche, ospedali della provincia di Caserta e della Campania. La risonanza più veloce possono eseguirla non prima di novembre. Novembre??? Ma siamo al 13 settembre, noi ne abbiamo bisogno oggi, subito, immediatamente!

Contattiamo la Clinica Athena di Piedimonte Matese (CE) e la carissima Carolina si mette completamente a disposizione: “alle 13.30 trovatevi qua per fare la risonanza!”

Il tempo di prendere una scatola di biscotti, giusto per poter sopportare l’attesa che sicuramente ci sarà durante la risonanza, ci infiliamo ancora una volta in auto e alle 13 siamo alla Clinica Athena

Al reparto per la risonanza magnetica incontriamo una persona, Vincenzo Rossi, che poi diventerà uno dei nostri migliori amici, di grande professionalità, di immensa sensibilità e delicatezza. Eseguita la risonanza, e capita subito la gravità del problema, immediatamente si mette in contatto con la clinica Neuromed di Pozzilli (IS), facente parte dello stesso gruppo industriale.

Trascorre qualche minuto, noi in trepidante attesa seduti su anonimi sedili; il tecnico radiologo Rossi ci mette in comunicazione telefonica direttamente con la Neuromed, e parlando con Giuseppina, il dottore Grillea le dice, spassionatamente e drasticamente: “signora, mettetevi in macchina e venite qua, subito!

E’ il “subito” che accende in noi il dramma, l’ansia, l’adrenalina, la stizza, la preoccupazione, la paura del peggio. Che è già in corso.

E di nuovo rimettiti in auto, col caldo delle 14 che acceca il nostro sguardo e rimbomba nella nostra testa, come un eco infinito.

Alle 14.30 siamo già a Pozzilli (IS), alla clinica Neuromed: mai vista prima, mai saputo neanche che esistesse un paese di nome Pozzilli, che fosse mai stata costruita una struttura bella e all’avanguardia come questa. Gli unici ospedali che abbiamo conosciuto sono la Clinica Athena dov’è nato Eugenio e la Clinica Villa Fiorita di Capua (CE) dov’è nata Francesca.

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L’atrio moderno, spazioso, ben strutturato ci accoglie in tutta la sua maestosità. Procediamo con la presentazione dei documenti, e dopo qualche minuto scendiamo al -1 dove ci attende il dottore Giovanni Grillea, radiologo, e la dottoressa Cristina Mancarella.

Mi chiamano in disparte e mi dicono, taglienti: “suo figlio ha due lesioni cerebrali. Dobbiamo intervenire subito, almeno per tenere sotto controllo la pressione intracranica. Se non interveniamo potrebbe verificarsi un idrocefalo.

Mi guardo intorno, mi chiedo: “ma è con me che stanno parlando ‘sti due?”

Faccio due più due, ma non mi tornano i conti: ieri pomeriggio allenamento basket, Eugenio è un campione, Eugenio è una forza della natura, quel birbantone vivace e spigliato e brillante di mio figlio. Ma no, non è con me che hanno parlato, forse hanno sbagliato persona”

Con gli occhi sgranati, chiedo loro: “lesioni? cervello? idrocefalo? ma di cosa stiamo parlando? forse Eugenio ha subito qualche trauma che io non sono a conoscenza?”

Capiscono al volo la mia incredulità, la mia perplessità, il mio dolore.

Ci sono due tumori nel cervello di suo figlio. Uno grande come un mandarino posizionato in un ventricolo cerebrale, che ci preoccupa di più, e che dobbiamo bloccare subito. L’altro è posizionato vicino al cervelletto, ma di quello ce ne occuperemo in seguito

Muhammad Ali mi aveva assestato dritto in faccia uno dei suoi famosi pugni.

Stordito, annuisco con la testa ai dottori, e confermo loro la volontà di procedere con il ricovero. Terminata la parte burocratica, ci avviamo al terzo piano, ala A, NCH III, primario Prof. Sergio Paolini.

Prendiamo possesso della nostra cameretta.

Uno stuolo di infermieri, dottori, caposala in primis, vengono a trovarci, ci spiegano l’iter delle analisi e dei prelievi

Eugenio mostra fiero il suo nuovo trofeo
finalmente un po' di relax, Eugenio si riposa
Finalmente un po’ di relax!

Ci offrono subito una comoda poltrona reclinabile per la notte.

Per questa prima notte resta Giuseppina vicino ad Eugenio, io torno a casa.

Sarà l’unico giorno che torno a casa per tutto il mese di degenza di Eugenio.

Termina così il primo giorno del nostro nuovo viaggio.

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