Un registratore acceso, due "imputati" alla lavagna e ventisei spettatori forzati. Il nastro di Zeta non mente: la scuola sta ancora indossando abiti vecchi di secoli mentre il mondo corre verso il futuro. Perché facciamo ancora lezione come ai tempi di Carlomagno?
Cronaca di un’ora perduta tra i banchi.
Chiamiamolo Zeta, un po’ per proteggerlo, un po’ perché i nomi misteriosi attirano l’attenzione. Zeta ha undici anni e fa la prima media. Bravissimo in tutto.
Perfino nel portarsi a scuola il registratore per registrare le lezioni che lo interessano, così a casa le riascolta.
Qualcuno lo accuserà di spionaggio? Spero di no.
A casa Zeta ascolta un nastro registrato durante l’ora di matematica. « Alla lavagna il tale », dice la voce della professoressa. E « il tale » rimane alla lavagna mezz’ora.
« Al posto. Ora venga il tal altro». E il povero « tal altro» rimane alla lavagna l’altra mezz’ora.
Fine della lezione. L’ora se n’è andata tutta in due interrogazioni. Per chi non mi crede, c’è la prova: il nastro di Zeta.
Guardate che non voglio nemmeno prendere le difese dei due poveretti torturati, complessivamente, per un’ora di fila.
È capitata a loro. Amen. Poteva capitare ad altri due.
Brutto affare, rispondere a un interrogatorio di mezz’ora.
Ma io penso agli altri. Penso ai ventisei compagni dei due interrogati che per un’ora di fila sono rimasti immobili nei banchi senza far niente.
Potevano seguire l’interrogazione? Si, forse. Ma solo con le orecchie.
Alzare la mano e dire la loro opinione non potevano.
Da spettatori dovevano fare, e basta. Un’ora di quello spettacolo. Be’, io non pagherei un biglietto per andarlo a vedere. Un’ora al cinema, passi. Un’ora davanti al teleschermo, farò uno sforzo.
Ma un’ora davanti a una lavagna, dove un poveretto suda, solitario, e si affanna come un naufrago per aggrapparsi allo scoglio, e nessuno può dargli una mano, gettargli una corda, dirgli almeno, di tanto in tanto: «Coraggio! Sono già venti minuti che sei sotto, tra dieci minuti sei libero… ».
Io dico: ma non era meglio se, invece di spendere tutta l’ora in quei due interrogatori, ci fosse stata una bella discussione generale, sullo stesso argomento?
Forse non avrebbero preso la parola tutti e ventotto, ma una ventina di sicuro. Vogliamo fare solo quindici? Facciamo solo quindici…
Almeno lavoravano un po’ tutti. Potevano interessarsi alla cosa un po’ tutti.
E io, osservandoli e ascoltandoli, avrei potuto constatare che Tizio, Caio, Sempronio e Gracco sono bravissimi; poi ci sono Tertulliano e Scipione che hanno capito poco, e Numa Pompilio che non ha capito niente del tutto.
L’interrogazione, quella ufficiale,! che sembra una cerimonia militare, o un processo in tribunale, è proprio necessaria? Moltissimi insegnanti dicono di no e ne fanno a meno. E trovano dieci maniere di far lavorare tutti e di seguire tutti senza chiamarli, a turno, sul banco degli imputati.
Queste cose le dovrei andare a dire alla professoressa di matematica di Zeta, anzi, dovrei farle sentire il nastro di Zeta e domandarle che cosa gliene pare.
Ma il papà di Zeta non vuole.
Secondo lui le interrogazioni vanno benissimo così, e guai a cambiarle. L’automobile sì, quella se è vecchia si cambia. Il frigorifero, se ne esce uno più perfezionato, si butta via. Il televisore, se ne inventano uno più piatto, si sostituisce.
Ma l’interrogazione deve andar bene per forza come andava bene cento anni fa.
Ma perché? Mi dite perché? Mi spiegate e mi fate capire bene perché?
I libri non sono più quelli d’una volta.
Le persone, uomini e donne, non si vestono alla moda di cinquant’anni fa: guai. Ma le interrogazioni debbono andare ancora secondo la moda dei tempi di Carlomagno e di Berta dal Gran Piè. Perché? Perché? (Sentite? Fa anche rima. Perciò lo ripeto, dentro la parentesi, sottovoce, rallentando: per… ché?..)

Il Nastro di Zeta: Quando la Scuola Diventa un “Tribunale”
Il testo di Gianni Rodari è una critica feroce, seppur ironica, a quella che lui definiva la scuola del passato. Il “nastro” non è solo un supporto tecnologico, ma un occhio imparziale che svela l’inefficienza di un metodo: l’interrogazione frontale come rito di sofferenza.
La paralisi dei ventisei
Il punto più profondo della riflessione di Rodari non riguarda chi è alla lavagna, ma chi è seduto al banco. Rodari denuncia la passività: ventisei ragazzi ridotti a spettatori di un “processo” che non li riguarda. Per lo scrittore, questa è una ferale perdita di tempo sociale e intellettuale. Mentre il mondo fuori cambia (le auto, i frigoriferi), la scuola resta ancorata a una “cerimonia militare” che impedisce il dialogo e la discussione collettiva.
La fonte e l’origine
Il testo non nasce come una fiaba della buonanotte, ma come un pezzo di giornalismo pedagogico.
- Dove nasce: Rodari scrisse questo brano originariamente per la sua celebre rubrica su “Paese Sera“, quotidiano con cui collaborò per anni rispondendo alle lettere dei lettori.
- La raccolta: Lo puoi trovare oggi nel volume “Il libro dei perché“ (edito da Einaudi Ragazzi o Editori Riuniti).
- Il contesto: Negli anni ’60 e ’70, Rodari era parte attiva del Movimento di Cooperazione Educativa (MCE). Questo testo riflette le idee di grandi pedagogisti come Célestin Freinet, che sostenevano una scuola basata sulla cooperazione invece che sulla competizione e il timore del voto.
Nota di stile: Rodari usa il nome “Zeta” non solo per proteggere la privacy, ma per dare alla storia un’aria di “rapporto segreto”, trasformando una normale ora di matematica in un caso di spionaggio civile. È la sua grandezza: usare il gioco per parlare di cose serissime.
Curiosità sulla citazione finale
La frase “ai tempi di Carlomagno e di Berta dal Gran Piè” è un classico tocco rodariano: cita Berta di Laon (madre di Carlo Magno), protagonista di leggende medievali, per sottolineare quanto il metodo dell’interrogazione sia, a suo avviso, “preistorico” e polveroso.
Se stai facendo una ricerca scolastica o bibliografica, ti consiglio di cercare il volume “Il libro dei perché” (Editori Riuniti o Einaudi Ragazzi): troverai questo e molti altri testi dove Rodari risponde ai dubbi dei bambini sulla società e sulle ingiustizie quotidiane.





