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Leggi e ascolta la preghierina del 27 febbraio 2024

Un fine di solo amore

commento al Vangelo di oggi di Mt 23, 1-12


Se devi amarmi, per null’altro sia
se non che per amore.

Elizabeth Barrett Browning

Entro nel testo (Mt 23, 1-12)

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei.

Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno.

Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.

Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.

Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli.

E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste.

E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.

Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Mi lascio ispirare

Richiamata la nostra attenzione sulle figure di scribi e farisei, siamo invitati oggi a riflettere sul nostro modo di seguire e annunciare il Vangelo.

Troppo spesso rischiamo infatti di confondere la fede con la religione, esattamente come gli scribi e i farisei che, osservando la Legge in maniera impeccabile senza tuttavia entrare mai in relazione con Dio, diventano simbolo di una fede esteriore che si traduce in riti, prescrizioni e vuota predicazione moralistica che ha come fine l’esaltazione personale.

Gesù non condanna i comandamenti di Mosè, anzi richiama l’attenzione su di essi, invitando a osservarli consapevoli della profonda saggezza che vi si nasconde dietro.

Ma osservare i comandamenti diventa un modo per amare, servire e dare gloria a Dio, per costruire una relazione con l’alto.

La prospettiva quindi si ribalta: i comandamenti non sono più rigide norme imposte da un Dio esigente che gravano come pesanti fardelli sulle spalle della genti, ma possono essere letti come un vero e proprio atto di amore di Dio per gli uomini perché, nel dare gloria a Dio e servirlo, noi stessi siamo glorificati. Vivere i comandamenti in questo modo significa sforzarsi di diventare sempre più simili a Dio.

Ed è questo l’unico modo per sperimentare e testimoniare la gioia vera.

Se questo vale nel nostro rapporto con Dio, vale anche nel rapporto con i fratelli: annunciare il Vangelo diventa quindi un modo per amare Dio e amare i fratelli, mostrando la via della vera gioia e della salvezza. Nel momento in cui ci troviamo a dare testimonianza a un fratello, facciamolo non per dare gloria a noi stessi, esibendo bravura e moralità, ma per glorificare Dio.

Perché non dobbiamo parlare noi di Dio, ma possa Dio parlare in noi.

Che possiamo umiliarci perché possano innalzarsi Colui che annunciamo e il fratello a cui lo annunciamo; che possiamo essere strumento per la gloria di Dio e non Dio strumento per la nostra gloria.

Preghiamo dunque affinché sia nella relazione con Dio che nella relazione con i fratelli resti lui il fine, resti lui la meta.

Pietre Vive (Roma)

Rifletto sulle domande

Rifletto sul mio modo di seguire e annunciare il Vangelo: lo vivo più nella dimensione della fede o della religione?

Mi soffermo in particolare sul mio rapporto con la preghiera e i sacramenti: li vivo come un dovere, un modo per sentirmi “a posto con Dio” o come uno strumento per cercare una relazione con il Padre?

Quando annuncio il Vangelo, qual è il mio fine?

fonte © GET UP AND WALK


Preghiere per il mese di febbraio

27 febbraio – San Gabriele dell’Addolorata


Francesco Possenti nacque ad Assisi nel 1838. Orfano della mamma seguì il padre, governatore dello Stato pontificio, e i fratelli nei frequenti spostamenti.

Si stabilirono,poi, a Spoleto, dove Francesco frequentò i Fratelli delle scuole cristiane e i Gesuiti.

A 18 anni entrò nel noviziato dei Passionisti a Morrovalle (Macerata), prendendo il nome
di Gabriele dell’Addolorata. Morì 24enne, a Isola del Gran Sasso, avendo ricevuto solo
gli ordini minori.

È lì venerato, nel santuario che porta il suo nome, meta di pellegrinaggi, soprattutto giovanili.
Quando si trovava già a Spoleto (per un nuovo incarico amministrativo del padre) alla
tenera età di quattro anni perse la madre, morta a trentotto anni.

Ogni volta che il piccolo cercava e invocava la presenza della mamma, gli rispondevano, puntando il
dito verso il cielo, “Tua mamma è lassù”.

Gli facevano lo stesso gesto quando gli parlavano della Madonna. E se chiedeva dove si trovasse la risposta era: “È lassù”.
Francesco crebbe con il ricordo di queste due mamme, ambedue lassù, che vegliavano
su di lui amorevolmente.

Anche quando, in ginocchio, fin da piccolo recitava il Rosario accanto al padre, il pensiero correva nello stesso tempo alle sue due mamme in cielo.
Così si comprende la grande e tenera devozione che Francesco avrà per la Vergine
Maria.

Nella sua camera poi aveva una statua della Madonna Addolorata nell’atto di
sorreggere sulle ginocchia il suo Figlio Gesù morto.

Francesco la contemplava a lungo, piangendo per i dolori della Madre davanti al Figlio.

Questa “devozione” alle sofferenze della Madre di Gesù davanti a Gesù deposto dalla Croce, sono la spiegazione del nome che prese quando diventò religioso, a diciotto anni, nel 1856: Gabriele dell’Addolorata.


All’origine di questa conversione relativamente improvvisa vi sono due episodi
significativi e importanti.

Francesco aveva già perso oltre la madre anche due fratelli.
Ma fu proprio la morte, a causa del colera, della sorella maggiore Maria Luisa (nel
1855) a scuotere profondamente il ragazzo, costringendolo a pensare ad una
esistenza diversa da quella che aveva condotto fino a quel momento.
La perdita della sorella lo determina sempre più fortemente a prendere le distanze
dalla vita di società e pensare più seriamente alla vita religiosa.


Si dice sempre che non dobbiamo aspettarci interventi diretti da parte di Dio per
comunicarci la sua volontà ed il suo progetto su di noi.

Dio ama parlare non in prima Persona ma attraverso le cause seconde, come possono essere gli avvenimenti, belli o brutti, piacevoli o dolorosi.

Per Francesco questo lutto familiare grave era già stato un messaggio che lo aveva fatto riflettere sulla propria strada.

Ma c’è stato anche qualcosa di soprannaturale, di diretto, una comunicazione in prima persona per
Francesco. Da parte della Vergine Maria.
Era il 22 agosto 1856. A Spoleto si celebrava una grande processione per solennizzare
l’ultimo giorno dell’ottava dell’Assunzione.

Anche Francesco era presente, anche lui inginocchiato tra la folla attende il passaggio della Augusta Regina.

Lei arriva, e sembra cercare tra la folla qualcuno. L’ha trovato e l’ha guardato. “Appena toccato da
quello sguardo, scaturisce dal profondo del suo cuore un fuoco che divampa
dolcissimo e inestinguibile”.

Ogni altro affetto, provato prima, è insipidità a paragone di quella forza d’amore da cui ora è tutto posseduto. Intanto ode distintamente una voce che lo chiama per nome e gli dice: «Francesco che stai a fare nel mondo? Tu non sei fatto per il mondo. Segui la tua vocazione».. Fu la svolta radicale. La conversione alla santità.

Nel 1859 Gabriele e i suoi compagni si trasferiscono a Isola del Gran
Sasso, in Abruzzo per continuare gli studi in vista del sacerdozio.

Intensifica le sue pratiche di mortificazione e di autorinuncia a beneficio degli altri (poveri o compagni),
approfondisce la spiritualità mariana, aggiungendo anche il voto personale di
diffondere la devozione all’Addolorata.


La sua salute però si andava deteriorando, sia per la sua costituzione fisica fragile, sia
per la vita rigida della comunità, sia per le sue privazioni volontarie supplementari.

La tubercolosi polmonare lo condurrà alla morte, nel 1862, a soli 24 anni.

Prima di morire chiese al suo confessore di distruggere il diario in cui aveva scritto le grazie ricevute
dalla Vergine Maria.

Temeva infatti che il diavolo se ne potesse servire per tentarlo di vanagloria negli ultimi momenti del combattimento finale. Il confessore obbedì a questa sua ultima richiesta di umiltà. Gabriele lo ringraziò.
La fama della sua santità cominciò già nel 1892, quando a trent’anni dalla morte si
verificarono i primi strepitosi miracoli tra la gente accorsa in massa alla ricognizione
delle spoglie.

Beatificato da San Pio X nel 1908, fu proclamato Santo da Benedetto XV nel 1920. Nel 1926 Pio XI lo dichiara compatrono della Gioventù Cattolica Italiana.

Preghiera:

O Santo dei giovani e di quanti cercano Dio nella sincerità del loro cuore,
insegnaci a porre Dio al primo posto nella nostra vita.


Tu che lasciasti il mondo, ove vivevi una vita tranquilla, serena ed allegra, attratto da
una speciale vocazione alla vita consacrata, guida i nostri giovani a sentire la voce di
Dio e a consacrarsi a Lui mediante scelte radicali di amore.


Tu, che alla scuola di San Paolo della Croce, ti alimentasti alle sorgenti dell’Amore
Crocifisso insegnaci ad amare Gesù, morto e risorto per noi, come lo amasti tu con
tutto il cuore.


Tu, che hai scelto la Vergine Addolorata, come guida sicura verso il Calvario, insegnaci
ad accettare le prove della vita con santa rassegnazione alla volontà di Dio.


O Gabriele della Vergine Addolorata, che all’Isola del Gran Sasso richiami fedeli e
pellegrini di ogni parte del mondo, porta a Cristo le anime smarrite, sfiduciate e senza
Dio, illumina e benedici le nostre Famiglie e le mamme che a te fanno ricorso.

Con il tuo fascino spirituale, con la tua giovanile e gioviale santità indirizza le persone che
hanno già intrapreso la strada della perfetta carità sulla via della vera unione con Dio
e della vera carità verso ogni uomo di questo mondo.

Amen.
1Pater Noster, Ave Maria e Gloria….


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