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Pensavo fosse per sempre! La vita come restituzione

Commento al Vangelo del 8 ottobre 2023

Ventisettesima domenica del T.O. anno A

La sua opera di coltivatore nei nostri riguardi
consiste nel fatto che non cessa d’estirpare
con la sua parola dal nostro cuore i germi del male,
di aprire il nostro cuore, per così dire, con l’aratro della parola,
di piantarvi i semi dei precetti
e d’aspettare il frutto della vita di fede

Sant’Agostino, Discorso 87,1.1
pensavo fosse per sempre
Pensavo fosse per sempre! La vita come restituzione

L’illusione del possesso

Il rischio degli incarichi a vita è di entrare molto facilmente nell’illusione di poter fare quello che vogliamo con ciò che ci è stato affidato.

Se invece gli incarichi durano per un determinato tempo, abbiamo la possibilità di essere più consapevoli del fatto che quello che ci è stato affidato non è nostro.

Su questa considerazione probabilmente siamo tutti d’accordo, ma nel momento in cui applichiamo questa valutazione alla nostra vita, ci rendiamo conto che facciamo fatica ad accogliere questa verità. Consideriamo infatti la nostra vita come qualcosa che è nostro, una nostra proprietà, di cui possiamo fare quello che vogliamo.

Si tratta evidentemente di un’illusione, dal momento che non c’è nulla che ci appartenga stabilmente e che non ci possa essere tolto in qualsiasi momento: gli affetti, la salute, i ruoli, la vita stessa! Possiamo anche crogiolarci in questa illusione, ma prima o poi la realtà bussa alla nostra porta.

Anche la parabola che Gesù racconta nel Vangelo di questa domenica, attraverso l’immagine della vigna affidata ai contadini, ci fa riflettere sulla tentazione del possesso, laddove le cose ci sono date solo in affitto.

Lo spazio della relazione

L’immagine della vigna, usata da Gesù, è molto evocativa, perché può essere utilizzata a più livelli. Innanzitutto perché la descrizione di questa vigna, circondata da una siepe e arricchita da un torchio e da una torre, riporta il lettore biblico all’immagine del giardino della creazione, che a sua volta però era per Israele l’immagine della terra che Dio aveva preservato e dato al suo popolo.

Il dono della terra (giardino, vigna) diventa poi per ogni Israelita e per ogni uomo l’immagine della vita stessa che Dio affida a ciascuno di noi. Il giardino è lo spazio della relazione con Dio e l’albero che sta al centro, come la torre nella vigna, rappresenta il criterio per orientarsi, la Legge.

Alla luce di questa immagine, Israele è chiamato a chiedersi come sta vivendo la relazione con Dio. Già una volta infatti, al tempo dell’esilio in Babilonia, Israele aveva perso quella terra. Non c’era più lo spazio della relazione con Dio.

Potremmo chiederci come stiamo vivendo la relazione con il creato che Dio ha messo a nostra disposizione. Ma ciascuno di noi deve anche chiedersi come sta vivendo quello spazio di relazione con Dio che è la vita personale, il tempo e lo spazio, limitati, che Dio ci ha dato.

Affittuari, non proprietari

L’immagine usata da Gesù è pertanto molto chiara: la vigna è stata data ai contadini in affitto, non è una loro proprietà. Ogni dono che abbiamo ricevuto nella nostra vita, ovvero tutto ciò che siamo e abbiamo, ritorna sempre alla sua fonte, cioè a Dio, e non diventa mai nostra proprietà.

Dopo aver affidato la vigna ai contadini, il padrone però se ne va lontano: questa espressione potrebbe da un lato suscitare una certa angoscia, come se Dio si allontanasse da noi, lasciandoci a noi stessi. D’altra parte però è anche l’immagine di un Dio che si fida, prova a lasciarci fare da soli.

Questa assenza di Dio si trasforma purtroppo in un’occasione di tentazione. Non vediamo più il legittimo proprietario e ci illudiamo di poterci sostituire a lui.

Il tempo di restituire

Arriva sempre però il tempo della raccolta dei frutti, il tempo cioè del giudizio, il momento in cui siamo messi davanti alla realtà. Ci sono situazioni della vita che ci ricordano che non siamo i proprietari di quella vigna. E allora reagiamo male. Non vogliamo accettare la realtà.

Diventiamo violenti e cerchiamo di eliminare tutto quello che ci racconta una storia che non vogliamo vedere. È il tempo della restituzione, in cui siamo chiamati a ridonare quello che abbiamo ricevuto. Il tempo della restituzione per eccellenza è quello in cui siamo chiamati a restituire la nostra stessa vita.

L’esclusione del proprietario

Quando siamo presi dall’illusione di voler possedere e non accettiamo la realtà, arriviamo a mettere il Figlio, cioè Gesù, fuori dalla nostra vita: i contadini lo cacciarono fuori e lo uccisero.

È quello che facciamo anche noi, come società, come singoli, ma a volte anche come Chiesa.

Cristo non trova più accoglienza nella nostra vigna, sebbene gli appartenga! Gesù è il primo degli scartati, immagine di tutti coloro che ogni giorno sono messi da parte perché considerati una minaccia, tutti coloro che sono scartati perché ci ricordano la nostra inadeguatezza. Ma è proprio attraverso gli scartati, a partire da Gesù scartato e pietra angolare, che Dio costruisce il suo Regno.

Possiamo giudicare da noi stessi questa situazione: cosa farà il padrone della vigna a quei contadini? Siamo messi davanti a questa domanda, rendendoci conto però che noi siamo tra quei contadini!

Leggersi dentro

  • Cosa ne sto facendo della vigna che Dio mi ha dato?
  • Sono pronto a restituirla o mi illudo di esserne il padrone?

Per gentile concessione © ♥ Padre Gaetano Piccolo SJ

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