Eugenio al Gasthouse
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Se la pandemia ci ha resi migliori, lo possiamo soltanto verificare di persona.

E uno dei modi per farlo è stare a “stretto” contatto di gomito con gli altri, con l’amico, con il nemico, con il partner, con l’amante, col politico, con l’avversario, con Dio.

E se riusciamo ad essere noi stessi, in serenità e armonia, in gioia, con tutti, beh le ristrettezze, la paura, la clausura, le notizie drammatiche, i bollettini di guerra, i numeri snocciolati con timore, ci hanno resi migliori.

Questo ho notato ieri sera: sula pelle avevamo quei brividi “della prima volta”, come se tre mesi fossero stati 3 anni, 30 anni. I bimbi, i ragazzi erano adulti, e noi adulti eravamo ritornati ragazzini.

A raccontare frottole, battute, barzellette da caserma; a punzecchiare le mogli, i mariti, mentre i nostri figli si divertivano a fare scherzi (innocui) al telefono.

Certo, “in vino veritas” ed in birra anche, ha aiutato a sciogliere quel poco di brina rimasto nelle nostre vene, ma se non ci fosse stato, lo stesso nostro calore avrebbe riscaldato la serata fresca ma frizzate.

Ieri sera mancava zia Teresa e family, ma l’avevamo sempre nel nostro cuore ♥

Così come nel nostro cuore abbiamo avuto sempre tutti quelli che hanno pianto e gioito delle nostre salite e discese, pianti e sorrisi, urla di gioia e urla di disperazione.

Da quando la vita della famiglia di Eugenio Ruberto ha conosciuto la tristezza della malattia e la grande gioia dei legami, dei legami indissolubili.

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