La Trasfigurazione del Signore

L’episodio della Trasfigurazione è narrato sia dal Vangelo di Matteo (17,1-8) che in quelli di Marco (9,2-8) e Luca (9,28-36). Secondo questi testi, Gesù, dopo essersi appartato con i discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, cambiò aspetto mostrandosi a loro con uno straordinario splendore della persona e una stupefacente bianchezza delle vesti.

trasfigurazione di Gesù

In questo contesto l’apparizione di Mosè ed Elia, che conversano con Gesù, e una voce “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo” (Mt 17,5) da una nube che dichiara la figliolanza divina di Gesù. Lo splendore di Cristo richiama la sua trascendenza, la presenza di Mosè ed Elia simboleggia la legge e i profeti che hanno annunciato sia la venuta del Messia che la sua passione e glorificazione, la nube si riferisce a teofanie già documentate nell’Antico Testamento.

Una tradizione, attestata già nel IV secolo da Cirillo di Gerusalemme e da Girolamo, identifica il luogo dove sarebbe avvenuta la Trasfigurazione con il monte Tabor, in arabo Gebel et-Tur (“montagna di montagna”). Un colle rotondeggiante ed isolato, alto circa 600 metri sul livello delle valli circostanti. È su questo colle che i bizantini costruiranno, poi, tre chiese di cui parla l’Anonimo Piacentino che le visiterà nel 570.

Un secolo dopo Arculfo vi troverà un gran numero di monaci, e il Commemoratorium de Casis Dei (secolo IX) menzionerà il vescovado del Tabor con diciotto monaci al servizio di quattro chiese. Successivamente ci saranno i Benedettini che costruiranno anche un’abbazia, circondando gli edifici di una cinta fortificata.

Distrutto tutto dal sultano Al-Malik (1211-12) per costruirvi una fortezza, i cristiani vi torneranno nuovamente, costruendovi un santuario. Anche questo sarà distrutto per ordine del sultano Baibars (1263), lasciando il monte desolatamente abbandonato per oltre quattro secoli.

Solo nel 1631 i francescani potranno prendere il possesso del monte Tabor. Due secoli dopo, nel 1854, essi cominceranno a studiare le rovine del passato, iniziando nuove costruzioni che culmineranno con l’attuale Basilica a tre navate, su disegno ed esecuzione dell’architetto Antonio Barluzzi, che fu inaugurata nel 1924.

Con questa soprannaturale visione Gesù dava una conferma alla confessione di Pietro: “Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente.” (Mt 16,16). Quell’attimo di gloria sovrumana era la caparra della gloria della risurrezione: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande.”(Lc 21,27).

La trasfigurazione, che fa parte del mistero della salvezza, è ben degna di una celebrazione liturgica che la Chiesa, sia in Occidente come in Oriente, ha comunque celebrato in vario modo e in date differenti, finché Papa Callisto III (Alonso de Borgia, 1455-1458), nel 1457, la inserì nel Calendario liturgico Romano come ringraziamento per la vittoria ottenuta sui Turchi a Belgrado il 6 agosto 1456 da János Hunyadi e Giovanni da Capestrano.

La sera del 6 agosto 1978 a Castel Gandolfo si spegneva il Beato Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978): era la festa della Trasfigurazione del Signore. «Mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce», aveva scritto tanti anni prima nel «Pensiero alla morte». Così avvenne.

PAROLE DEL SANTO PADRE

L’evento della Trasfigurazione del Signore ci offre un messaggio di speranza: ci invita ad incontrare Gesù, per essere al servizio dei fratelli. L’ascesa dei discepoli verso il monte Tabor ci induce a riflettere sull’importanza di staccarci dalle cose mondane, per compiere un cammino verso l’alto e contemplare Gesù.

La riscoperta sempre più viva di Gesù non è fine a se stessa, ma ci induce a “scendere dal monte”, ricaricati della forza dello Spirto divino, per decidere nuovi passi di conversione e per testimoniare costantemente la carità. (Papa Francesco, Angelus del 6 agosto 2017)

fonte © vangelodelgiorno.org e Vatican News


La festa della Trasfigurazione ricorda la dedicazione delle basiliche del Monte Tabor, celebrata già a fine del V secolo.

La festa è posteriore a quella dell’Esaltazione della Croce (14 settembre) da cui però dipende per la data, fissata il 6 agosto, 40 giorni prima dell’Esaltazione della Croce.

La Festa comincia ad essere celebrata anche in Occidente a partire dal IX secolo e viene inserita nel calendario romano da papa Callisto III nel 1457: occasione storica fu la memoria riconoscente della vittoria ottenuta l’anno prima contro i Turchi, dai quali l’Occidente era seriamente minacciato.

Al centro della Festa troviamo naturalmente il mistero della Trasfigurazione: la visione del “vegliardo” sul trono di fuoco e l’apparizione del “Figlio dell’Uomo” (cfr prima lettura).

 

Anno A
Anno B
Anno C

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte.

E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: “Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”.

Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”.

All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”. Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.

Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti” (Mt 17,1-9).

Dalla paura alla fiducia

Il racconto della trasfigurazione segue la confessione di Pietro a Cesarea e il primo annuncio della passione (cfr 16,13ss).

È la ragione “ultima” per la quale merita avere sempre il coraggio di confessare Gesù quale Signore e Dio, anche nei momenti più ardui e difficili, perché Gesù è il Signore. La trasfigurazione, quale anticipo della resurrezione, si offre come un orizzonte che mira ad alleggerire la paura e infondere il coraggio nell’affrontare il cammino della vita.

Qualche versetto prima, al cap 16,22, Pietro, così come quella degli altri discepoli, si ribella per il fatto che Gesù aveva annunciato la sua “passione e morte” e loro non potevano accettare di seguire un Messia la cui vicenda umana si sarebbe conclusa in quel modo. È alla luce di questa premessa che va quindi colta l’esperienza della trasfigurazione.

Gesù aveva parlato della sua morte di croce (cfr Mt 16,21ss), e le condizioni per seguirlo: “Se qualcuno vuole venire dietro a me prenda la sua croce…” (Mt 16,24); ora Gesù cerca di aiutare i suoi discepoli a capire che è vero che Lui soffrirà e morirà ma è anche vero che risorgerà. La trasfigurazione è “vivere” in anticipo la risurrezione, proprio per prepararli ad affrontare il cammino di mezzo, cioè la passione-morte.

Il monte

“Li condusse su un alto monte”: “La montagna – ricorda il profeta Isaia – è dimora del Signore elevata al di sopra dei monti” (Is 2,2; Mi 4,1). In questa salita sul monte riecheggiano altre “salite” e altre esperienze di manifestazione di Dio: il monte Oreb/Sinai (Es 3,1; 24,12-18), la salita e la discesa di Mosè (cfr Es 19-34), l’esperienza di Elia (cfr 1Re 19,1-18). Sul monte, Gesù svela ai suoi tre discepoli che la sua vita è molto più profonda di quanto “vedono” e di quanto “sanno”.

“Fu trasfigurato”: l’evangelista è molto asciutto nel segnalare questo dato. Sappiamo da Luca che Gesù salì per pregare: la trasfigurazione è dunque un avvenimento di preghiera, dove Gesù mostra il suo essere una cosa sola col Padre (cfr Gv 10,30). E in questo dialogo, dove “le sue vesti erano bianchissime” -, Gesù si rivela luce del mondo (Gv 12,46).

Mosè ed Elia

“Apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù”: Elia, padre dei profeti, Mosè, custode della legge. In loro si raccoglie l’intera storia dell’Antico Testamento.

Mosè aveva ricevuto in dono diverse manifestazioni di Dio e proprio in questa intimità di amicizia, il suo volto brillava (cfr Es 34,29-35). Ma sappiamo anche che Mosè era l’atteso: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te e tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me: ascoltatelo!” (Dt 18,15).

Così come Mosè è colui che pregò Dio dicendo: “Fammi vedere la tua gloria” (Es 33,18), sentendosi rispondere: “Non è possibile vedere…e restare in vita” (Es 33,20-23). Segnalo tutto questo perché sul monte con Gesù, Mosè può finalmente vedere la gloria di Dio, che è Gesù Cristo, il “Signore della gloria” (1Cor 2,8), colui sul quale “brilla lo splendore della gloria di Dio” (2Cor 4,6): Gesù, il nuovo Mosè.

Accanto a Mosè, Elia, il padre dei profeti che, anche lui salito sul monte, sente Dio “nella voce di una brezza/vento sottile” (1Re 19,12). Egli rappresenta la sintesi ideale di tutta la schiera dei profeti che Giovanni Battista chiuderà, essendo lui l’ultimo profeta, il “nuovo Elia” (cfr Mt 11,14).

La presenza di “Elia e Mosè”. È vero, Gesù deve “rivelarsi” ai discepoli, ma c’è anche un dato più “umano”: Gesù stesso necessita di confrontarsi sulla “sua dipartita” (passione-morte-risurrezione). Sa di non poterlo fare con i suoi discepoli, i quali non capiscono.

Così sceglie due “amici” di grande levatura. Due amici della Scrittura. Un modo con il quale Gesù suggerisce a me e a ciascuno di noi, che su certe cose dobbiamo saper scegliere con chi confidarci e confrontarci, perché non tutto è alla portata di tutti.

Gli amici della Scrittura, così come anche i Santi, che la Chiesa ci indica come “amici e modelli di vita”, bene possono aiutarci con i loro scritti e i loro esempi a capire il senso della vita e a darne un giusto orientamento.

La nube

“Venne una nube dal cielo..”: continua a fare da sfondo l’esperienza dell’Esodo: la faticosa marcia del popolo nel deserto, guidato da una nube (Es 13,21ss); la nube sul monte Sinai (Es 19,16); la nube che accompagna “il tabernacolo” (Es 40,34-35), che custodiva “la legge” di Dio e, infine, la nube che scende su Gesù, il quale dirà “i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e nella verità” (Gv 4,23), quando non serviranno più né monti né tabernacoli particolari.

“Egli è il figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”: nel momento del battesimo, la voce dal cielo fu udita solo da Gesù (Mc 1,11), ora invece questa stessa voce viene udita anche dai discepoli.

Ascoltatelo: è l’eco dello Shema’ “Ascolta, Israele” (Dt 6,4) e delle parole di Mosè: “Il Signore tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto (Dt 18,15). La voce sul monte indica in Gesù, lui solo, colui che ora va ascoltato: Lui è la Parola vivente, Parola di vita, di verità (cfr Gv 14,6).

È bello stare qui

Pietro non capisce tutto, ma una cosa la coglie: “è bello stare qui” (Mt 17,4).

Questa è la spinta umana: quante esperienze “belle” anche noi viviamo a tal punto da lasciarci tentare e dire “Facciamo tre tende…”, “fermiamo il tempo”. Col rischio, però, d’inseguire solo esperienze emozionali ma che ci rendono incapaci di “tornare giù dal monte”, lì dove c’è la concretezza della vita.

Gesù m’insegna che l’ascolto fattivo è l’apice dell’esperienza: “Ascoltatelo”. Non possiamo cioè restare sotto la dittatura delle emozioni: servono, sia inteso, ma non bastano.

Servono per riscaldare, per ridare slancio, coraggio…ma noi siamo più grandi delle emozioni.

È l’ascolto che definisce il discepolo: non si tratta – ricorda B. Maggioni – di essere originali, ma di essere servi della verità. L’ascolto è fatto di obbedienza e speranza. Richiede intelligenza per comprendere ma anche coraggio per decidersi, perché la Parola ti coinvolge e ti strappa a te stesso”.

Donandoti quanto il tuo cuore cerca: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11). “Signore, che bello!”.

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.

Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime…E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: “Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati.

Venne una nube dal cielo che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”. E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno se non Gesù solo, con loro.

Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare nulla ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti. (Mc 9,2-10)

I tre discepoli sul Monte

Giacomo, Giovanni e Pietro sono i tre discepoli più vicini a Gesù, già scelti come testimoni della resurrezione della figlia di Giairo (cf. Mc 5,37-43), quelli che saranno poi anche i testimoni della sua preghiera nell’orto del Getsemani, alla vigilia della passione (cf. Mc 14,32-42).

 “La montagna – ricorda il profeta Isaia – è dimora del Signore elevata al di sopra dei monti” (Is 2,2; Mi 4,1). In questa salita sul monte riecheggiano altre “salite” e altre esperienze di manifestazione di Dio: il monte Oreb/Sinai (Es 3,1; 24,12-18), la salita e la discesa di Mosè (cfr Es 19-34), l’esperienza di Elia (cfr 1Re 19,1-18).

Sul monte, Gesù svela ai suoi tre discepoli che la sua vita è molto più profonda di quanto “vedono” e di quanto “sanno”. Ma ciò che maggiormente interessa, è che Gesù svela che la passione e morte verso le quali va incontro, non sono la distruzione, la fine, ma la piena realizzazione della persona, perché passaggio alla gloria.

Fu trasfigurato, in dialogo con Mosè ed Elia

L’evangelista è molto asciutto nel segnalare questo dato. Sappiamo da Luca che Gesù salì per pregare: la trasfigurazione è dunque un avvenimento di preghiera, dove Gesù mostra il suo essere una cosa sola col Padre (cfr Gv 10,30). E in questo dialogo, dove “le sue vesti erano bianchissime” -, Gesù si rivela luce del mondo (Gv 12,46).

Elia, padre dei profeti, Mosè, custode della legge. In loro si raccoglie l’intera storia dell’Antico Testamento. Mosè aveva ricevuto in dono diverse manifestazioni di Dio e proprio in questa intimità di amicizia, il suo volto brillava (cfr Es 34,29-35). Accanto a Mosè, Elia, il padre dei profeti che, anche lui salito sul monte, sente Dio “nella voce di una brezza/vento sottile” (1Re 19,12).

Egli rappresenta la sintesi ideale di tutta la schiera dei profeti che Giovanni Battista chiuderà, essendo lui l’ultimo profeta, il “nuovo Elia” (cfr Mt 11,14).

In questo discorrere (l’evangelista Luca aggiunge “discorrevano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme, Lc 9,31) Gesù si rivela come l’autentico interprete della Legge e della Profezia, colui che “Cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiega in tutte le Scritture ciò che si riferisce a Lui” (cfr Lc 24,27, Emmaus).

E l’evangelista Luca fa coincidere con Mosè ed Elia i “due uomini” presso la tomba vuota del giorno di Pasqua: “Mentre le donne erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti” (Lc 24,4): coloro che interpretano le parole dette da Gesù nella sua vita e proclameranno che Gesù, il Crocifisso, è risorto (cfr Lc 24,4-7).

Tre tende

Pietro esprime certamente la gioia per quanto vissuto, ma altresì svela quanto non ha ancora compreso! Forse pensa alla gioia di poter incontrare Dio nella “tenda” (cfr Es 33,7-11)? O fa riferimento alla festa delle Capanne/Sukkot, dimenticando che sarà comunque Dio a “costruire” la tenda (cfr 2Sam 7; Is 66,1ss) così come si coglie dallo stesso prologo di Giovanni: “E il Verbo si fece carne e pose la tenda in mezzo a noi” (1,14).

Una nube dal cielo

Continua a fare da sfondo l’esperienza dell’Esodo: la faticosa marcia del popolo nel deserto, guidato da una nube (Es 13,21ss); la nube sul monte Sinai (Es 19,16); la nube che accompagna “il tabernacolo” (Es 40,34-35), che custodiva “la legge” di Dio e, infine, la nube che scende su Gesù, il quale dirà “i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e nella verità” (Gv 4,23), quando non serviranno più né monti né tabernacoli particolari.

Una voce

Nel momento del battesimo, la voce dal cielo fu udita solo da Gesù (Mc 1,11), ora invece questa stessa voce viene udita anche dai discepoli.

Ascoltatelo: è l’eco dello Shema’ “Ascolta, Israele” (Dt 6,4) e delle parole di Mosè: “Il Signore tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto (Dt 18,15).

La voce sul monte indica in Gesù, lui solo, colui che ora va ascoltato: Lui è la Parola vivente, Parola di vita, di verità (cfr Gv 14,6). È Lui cioè il metro di misura con il quale ascoltare Mosè ed Elia: è cambiato il baricentro.

E questo crea non poco imbarazzo nei discepoli, perché Gesù non corrisponde all’immagine che si erano fatti di Lui. Eppure, Lui va ascoltato, senza vergognarsi di Lui e della sua Parola (cfr Mc 8,38).

In quel tempo Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.

Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.

Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli non sapeva quello che diceva.

Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”. Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto (Lc 9,28b-36)

Il monte

“Li condusse su un alto monte”: “La montagna – ricorda il profeta Isaia – è dimora del Signore elevata al di sopra dei monti” (Is 2,2; Mi 4,1).

In questa salita sul monte riecheggiano altre “salite” e altre esperienze di manifestazione di Dio: il monte Oreb/Sinai (Es 3,1; 24,12-18), la salita e la discesa di Mosè (cfr Es 19-24), l’esperienza di Elia (cfr 1Re 19,1-18). Sul monte, Gesù svela ai suoi tre discepoli che la sua vita è molto più profonda di quanto “vedono” e di quanto “sanno”.

Un’esperienza, quella della Trasfigurazione, che avviene nella preghiera, ricorda Luca: “Gesù salì sul monte a pregare”. In questo contesto, Gesù mostra il suo essere una cosa sola col Padre (cfr Gv 10,30). E in questo dialogo, dove “le sue vesti erano bianchissime” -, Gesù si rivela luce del mondo (Gv 12,46).

Mosè ed Elia

“Ed ecco due uomini conversavano con lui, erano Mosè ed Elia”: Elia, padre dei profeti, Mosè, custode della legge. In loro si raccoglie l’intera storia dell’Antico Testamento. Mosè aveva ricevuto in dono diverse manifestazioni di Dio e proprio in questa intimità di amicizia, il suo volto brillava (cfr Es 34,29-35).

Ma sappiamo anche che Mosè era l’atteso: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te e tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me: ascoltatelo!” (Dt 18,15). Così come Mosè è colui che pregò Dio dicendo: “Fammi vedere la tua gloria” (Es 33,18), sentendosi rispondere: “Non è possibile vedere…e restare in vita” (Es 33,20-23).

Segnalo tutto questo perché sul monte con Gesù, Mosè può finalmente vedere la gloria di Dio, che è Gesù Cristo, il “Signore della gloria” (1Cor 2,8), colui sul quale “brilla lo splendore della gloria di Dio” (2Cor 4,6): Gesù, il nuovo Mosè.

Accanto a Mosè, Elia, il padre dei profeti che, anche lui salito sul monte, sente Dio “nella voce di una brezza/vento sottile” (1Re 19,12). Egli rappresenta la sintesi ideale di tutta la schiera dei profeti che Giovanni Battista chiuderà, essendo lui l’ultimo profeta, il “nuovo Elia” (cfr Mt 11,14).

La presenza di “Elia e Mosè”. È vero, Gesù deve “rivelarsi” ai discepoli, ma c’è anche un dato più “umano”: Gesù stesso necessita di confrontarsi sulla “sua dipartita” (passione-morte-risurrezione). Sa di non poterlo fare con i suoi discepoli, i quali non capiscono. Così sceglie due “amici” di grande levatura. Due amici della Scrittura.

Un modo con il quale Gesù suggerisce a me e a ciascuno di noi, che su certe cose dobbiamo saper scegliere con chi confidarci e confrontarci, perché non tutto è alla portata di tutti.

Gli amici della Scrittura, così come anche i Santi, che la Chiesa ci indica come “amici e modelli di vita”, bene possono aiutarci con i loro scritti e i loro esempi a capire il senso della vita e a darne un giusto orientamento.

La nube

“Venne una nube dal cielo..”: continua a fare da sfondo l’esperienza dell’Esodo: la faticosa marcia del popolo nel deserto, guidato da una nube (Es 13,21ss); la nube sul monte Sinai (Es 19,16); la nube che accompagna “il tabernacolo” (Es 40,34-35), che custodiva “la legge” di Dio e, infine, la nube che scende su Gesù, il quale dirà “i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e nella verità” (Gv 4,23), quando non serviranno più né monti né tabernacoli particolari.

“Egli è il figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”: nel momento del battesimo, la voce dal cielo fu udita solo da Gesù (Mc 1,11), ora invece questa stessa voce viene udita anche dai discepoli.

Ascoltatelo: è l’eco dello Shema’ “Ascolta, Israele” (Dt 6,4) e delle parole di Mosè: “Il Signore tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto (Dt 18,15). La voce sul monte indica in Gesù, lui solo, colui che ora va ascoltato: Lui è la Parola vivente, Parola di vita, di verità (cfr Gv 14,6).

È bello stare qui

Pietro non capisce tutto, ma una cosa la coglie: “è bello stare qui” (Lc 9,33).

Questa è la spinta umana: quante esperienze “belle” anche noi viviamo a tal punto da lasciarci tentare e dire “Facciamo tre tende…”, “fermiamo il tempo”.

Col rischio, però, d’inseguire solo esperienze emozionali ma che ci rendono incapaci di “tornare giù dal monte”, lì dove c’è la concretezza della vita. Gesù m’insegna che l’ascolto fattivo è l’apice dell’esperienza: “Ascoltatelo”.

Non possiamo cioè restare sotto la dittatura delle emozioni: servono, sia inteso, ma non bastano. Servono per riscaldare, per ridare slancio, coraggio…ma noi siamo più grandi delle emozioni. “È l’ascolto che definisce il discepolo: non si tratta – ricorda B. Maggioni – di essere originali, ma di essere servi della verità.

L’ascolto è fatto di obbedienza e speranza. Richiede intelligenza per comprendere ma anche coraggio per decidersi, perché la Parola ti coinvolge e ti strappa a te stesso”. Donandoti quanto il tuo cuore cerca: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11). “Signore, che bello!”.

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