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Leggi e ascolta la favola al telefono La coperta del soldato

La coperta del soldato
La coperta del soldato 10

Leggiamo insieme

Il soldato Vincenzo Di Giacomo, alla fine di tutte le
guerre, tornò a casa con una divisa lacera, una gran tosse
e una coperta militare. La tosse e la coperta
rappresentavano tutto il suo guadagno per quei lunghi
anni di guerra.

Ora mi riposerò, – disse ai suoi familiari. Ma la tosse
non gli diede riposo, e in pochi mesi lo portò alla tomba.
Alla moglie ed ai figli rimase solo la coperta per ricordo.

I figli erano tre, e il più piccolo, nato tra una guerra e
l’altra, aveva cinque anni. La coperta del soldato toccò a
lui.

Quando vi si avvolgeva per dormire, la mamma gli
narrava una lunga favola, e nella favola c’era una fata che
tesseva una coperta grande abbastanza da coprire tutti i
bambini del mondo che avevano freddo. Ma c’era sempre
qualche bambino che restava fuori, e piangeva, e chiedeva
invano un angolo di coperta per scaldarsi.

Allora la fata
doveva disfare tutta la coperta e ricominciare da capo a
tesserla, per farla un po’ più grande, perché doveva essere
una coperta di un solo pezzo, tessuta tutta in una volta, e
non si potevano fare aggiunte.

La buona fata lavorava
giorno e notte a fare e disfare, e non si stancava mai, e il
piccolo si addormentava sempre prima che la favola fosse
finita, e non seppe mai come andava a finire.

Il piccolo si chiamava Gennaro, e quella famigliola
abitava dalle parti di Cassino. L’inverno fu molto rigido,
da mangiare non ce n’era, la madre di Gennaro si ammalò.

Gennaro venne affidato a certi vicini, che erano
girovaghi, e avevano un carrozzone, e viaggiavano per i
paesi un po’ chiedendo l’elemosina, un po’ suonando la
fisarmonica, un po’ vendendo ceste di vimini che
fabbricavano nelle soste lungo la strada.

A Gennaro
diedero una gabbia con un pappagallo che, col becco,
toglieva da una cassettina un biglietto con i numeri da
giocare al lotto.

Gennaro doveva mostrare il pappagallo
alla gente, e se gli davano qualche moneta faceva pescare
un bigliettino al pappagallo.

Le giornate erano lunghe e
noiose, spesso si capitava in paesi dove la gente era
povera e non aveva niente da dare in elemosina, e allora a
Gennaro toccava una fetta di pane più sottile, e una
scodella di minestra più vuota.

Ma quando la notte calava
Gennaro si avvolgeva nella coperta del babbo soldato, che
era tutta la sua ricchezza, e nel suo odoroso tepore si
addormentava sognando un pappagallo che gli raccontava
una favola.

Uno dei girovaghi era stato soldato col padre di
Gennaro, si affezionò al bambino, gli spiegava le cento
cose che si incontravano lungo la strada e per
divertimento gli insegnava a leggere i cartelli coi nomi
dei paesi e delle città.

Vedi? Quella è A. Quell’altro secco secco, che pare
un bastone senza manico, è I. Quel bastone con la gobba è
P.


Gennaro imparava presto. Il girovago gli comprò un
quaderno e una matita e gli insegnava a ricopiare i cartelli
stradali.

Gennaro riempiva pagine e pagine col nome di
ANCONA, o con quello di PESARO, e un giorno riuscì a
scrivere da solo il proprio nome, lettera per lettera, senza
un errore. Che bei sogni, quella notte, nella coperta del
babbo soldato.

Gianni Rodari

Giovanni Francesco Rodari, detto Gianni[1] (pronuncia Rodàri, /roˈdari/; Omegna, 23 ottobre 1920 – Roma, 14 aprile 1980), è stato uno scrittore, pedagogista, giornalista e poeta italiano. È l’unico scrittore italiano ad aver vinto il Premio Hans Christian Andersen (1970). (leggi ancora)

Ascoltiamo insieme

mamma legge la fiaba
Le favole della buonanotte
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