Se non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera?
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 16,9-15
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole».
Parola del Signore.
Cose di poco conto
Roberto Pasolini

L’annuncio di una necessaria scaltrezza per poter entrare nella vita eterna non in solitudine, ma circondati di amici a cui abbiamo offerto un po’ di sollievo in questo mondo, merita senza dubbio un approfondimento. Dopo aver raccontato una parabola che potrebbe aver lasciato sconcertati già i primi uditori, il Signore Gesù trae e offre un’indicazione spirituale davvero inaspettata:
Non si tratta, dunque, di essere furbi per badare solo al proprio tornaconto, ma di imparare l’arte di non coltivare il terreno della propria vita in solitudine, bensì insieme e in condivisione con gli altri. Farsi amici in questo mondo, per poter essere poi da loro accolti nel mondo futuro, può essere inteso come il più saggio degli investimenti, anche qualora dovessimo ancora farlo per timore di restare soli o sprovvisti del necessario. Infatti – sembra affermare Gesù – le ricchezze di cui siamo amministratori sono sempre qualcosa di «disonesto», visto che nella storia continuano a esistere enormi differenze di benessere tra creature che, invece, dovrebbero avere tutte la medesima dignità e le stesse occasioni.
Un altro intento della parabola sembra essere quello di farci riflettere sul fatto che i doni di Dio, anche quando sono belli e limpidi, non possono mai costituire la nostra vera ricchezza in questo mondo. Sono certamente un segno e un dono del suo amore, ma sempre e solo in vista dell’attivazione di una logica di gratitudine e di libertà per cui non si ha più paura di donare gratuitamente quello che gratuitamente si è ricevuto. La grande sfida della fraternità secondo il vangelo è quella di incrementare senza alcuna timidezza gli spazi di condivisione, permettendo a tutto quello che Dio pone nelle nostre mani di trasformarsi in occasione di relazione e di servizio all’altro. Altrimenti la ricchezza di cui siamo depositari rischia di diventare una ricchezza «disonesta», capace di chiudere gli orizzonti della comunione e facendoci sprofondare nel baratro del possesso e della gelosia.
I beni di cui ci sentiamo amministratori restano per tutto il tempo della vita un’inevitabile – ma soprattutto inesorabile – verifica del cuore, e attraverso di essi veniamo continuamente educati a entrare in una logica di servizio, anziché restare prigionieri dell’inganno dell’accumulo. Per raccogliere la sfida di un’amministrazione sapiente e fraterna non bisogna certo immaginare di dover operare grandi e improvvise svolte nella nostra vita. Il Signore Gesù dichiara che è sufficiente ritrovare un’attenzione al poco, che è la misura dell’amore concreto e fedele, per potersi incamminare nuovamente verso la pienezza del Vangelo:
Per non correre il rischio di verificare la nostra vita sui massimi sistemi, la liturgia ci regala un ulteriore aiuto attraverso le ultime battute della maestosa epistola ai Romani. Giunto al termine di una grande riflessione teologica sulle conseguenze della Pasqua di Cristo e sulle esigenze della fede nella sua risurrezione, in conformità agli usi epistolari del suo tempo, l’apostolo si prodiga in un abbondante saluto conclusivo, rivolto ai tanti fratelli nella fede.
Si tratta di un minuscolo ma prezioso dettaglio, a partire dal quale possiamo comprendere meglio quali siano le «cose di poco conto» nelle quali è necessario essere «fedeli». Il saluto, infatti, è il primo riconoscimento dell’altro, la più naturale forma di servizio che possiamo offrire al suo volto, con cui possiamo imparare ogni giorno a farci «amici» coloro che, nella fede, sono già nostri fratelli. Anche Dio fa sempre così con noi: ci saluta, ci guarda e ci parla con rispetto, felice del tanto bene presente in noi e in tutti e del fatto che proprio noi saremo i suoi «amici» nelle dimore eterne del cielo.
fonte © nellaparola.it
Ascoltiamo insieme
Per gentile concessione © ♥ Padre Gaetano Piccolo SJ






