Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 14,21-26
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Gli disse Giuda, non l’Iscariòta: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?».
Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».
Parola del Signore.
Essere amati
Roberto Pasolini

È abbastanza straordinaria la nostra capacità di cogliere il margine anziché il centro di un discorso. Soprattutto quando è Dio a parlarci. Davanti alle meravigliose promesse di Gesù:
«Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21).
la reazione del discepolo Giuda — non l’Iscariòta — rivela un’imbarazzante difficoltà a fermare l’attenzione sui temi più cruciali, privilegiando quelli più leggeri, che ci autorizzano a un certo disimpegno:
«Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?» (Gv 14,22)
Il Signore, tuttavia, non si scompone e non si lascia distrarre da una domanda che sposta l’accento sul problema della manifestazione di Dio, anziché restare gioiosamente ancorato a quello dell’esperienza d’amore che il discepolo è chiamato ad abbracciare.
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23).
La fatica con cui Paolo, nel racconto degli Atti, riesce a convincere gli abitanti di Listra a desistere dal voler offrire un sacrificio in onore suo e di Barnaba, dopo la guarigione di un uomo paralizzato dalla nascita, diventa una chiave di lettura per comprendere più a fondo la strana replica di Giuda alle parole di Gesù.
«Uomini, perché fate questo? Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi annunciamo che dovete convertirvi da queste vanità al Dio vivente» (At 14,15).
Siamo tutti molto più colpiti dalla manifestazione di Dio — soprattutto quando si compie tra lampi emotivi e appagamenti sensibili — piuttosto che dal suo dono d’amore per noi — essenzialmente ordinario, silenzioso e debole. Per questo preferiamo tenere fisso lo sguardo sui momenti di gratificazione che (ci) accadono, anziché assaporare il cibo della compassione. Oppure ci leghiamo alle persone e alle situazioni che ci indicano il volto del Signore, piuttosto che osare l’avventura di un rapporto personale con lui, nel quale la nostra povertà è chiamata a diventare il principale luogo di incontro e di scambio. Fatichiamo a credere che il nostro bisogno d’amore è ormai invitato a risolversi nel cuore squarciato di Cristo. Il tempo di Pasqua però è temerario e ostinato, non si stanca di annunciarci che la nostra vita diventa feconda solo nella misura in cui impariamo a voler bene a Gesù, restando uniti alla sua parola. Lasciando che la linfa del suo bene spenga ogni agitazione e dissipazione del cuore.
Ascoltiamo insieme
Accendi una Luce per un tuo caro
Un piccolo gesto di preghiera nella nostra comunione spirituale.





