three women carrying basin while walking barefoot
()
Scegli Data

Chi accoglie colui che manderò, accoglie me.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 13,16-20

[Dopo che ebbe lavato i piedi ai discepoli, Gesù] disse loro:
«In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica.
Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma deve compiersi la Scrittura: “Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno”. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io sono.
In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».

Parola del Signore.

Esortazione

Roberto Pasolini

La liturgia di oggi sembra tutta costruita appositamente per donarci «qualche parola di esortazione» (At 13,15) capace di orientare il nostro cammino verso i doni e le conseguenze della Pasqua. Di parole di esortazione, sia l’apostolo Paolo che il Signore Gesù ne pronunciano molte nei loro discorsi rivolti, rispettivamente, ai fedeli presenti nella sinagoga di Antiochia di Pisidia e ai discepoli radunati per la loro ultima cena insieme con il Maestro. Come dice bene il salmo responsoriale, con il quale la comunità dei credenti è invitata oggi a cantare e testimoniare «in eterno l’amore del Signore» (Sal 88,2), si tratta di parole necessarie per condurre chi si trova sulla via della fede a mantenere lo sguardo in alto, verso le promesse del Signore: «Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza» (88,27). 

«Uomini d’Israele e voi timorati di Dio, ascoltate. Il Dio di questo popolo d’Israele scelse i nostri padri…» (At 13,16-17).

Inizia così la memoria delle mirabilia Dei che Paolo lascia fluire liberamente dal suo cuore, ormai purificato e infiammato dalla grazia della conversione al Signore Gesù e alla potenza inerme del suo vangelo. Proprio a partire da quest’ultimo, definitivo dono di Dio all’umanità, l’apostolo è capace di rileggere tutta la storia d’Israele come una successione, senza soluzione di continuità, di premurosi atti di provvidenza ricevuti e immeritati: l’esodo dall’Egitto, il cammino nel deserto, l’ingresso nella terra, l’assistenza prima dei Giudici e poi dei Re d’Israele. Al termine di tutte queste opere di fedele amore, Dio decide infine di inviare il dono dei doni: il suo Figlio unigenito come Salvatore del mondo. Tuttavia i doni, soprattutto quando sono impensabili ed eccessivi, hanno bisogno di essere preparati, non solo da parte di chi li offre, ma anche di chi li riceve:

«Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”» (At 13,25).

Anche il Signore Gesù, nel vangelo, appare preoccupato di mantenere opportune distinzioni tra servo e padrone, cioè tra la sua esperienza e quella dei discepoli. Lo scopo di questa diversa parola di esortazione non è però quello di far brillare la sua divina statura, ma di porre un freno al nostro — sfacciato — tentativo di elevare la nostra statura al di sopra della sua. Questo inutile sollevamento sulle punte dei piedi tutti lo pratichiamo non tanto per sentirci più grandi di quello che siamo, quanto per evitare le drammatiche conseguenze della libertà, compito a cui, così facilmente, siamo tentati di abdicare:

«In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato» (Gv 13,16).

L’ultima esortazione della liturgia di oggi è l’invito a non sentirci mai troppo piccoli, nel momento in cui cerchiamo di non sopravvalutarci mai oltre i nostri confini e al di là delle nostre mansioni. Dopo averci strappato di mano l’illusione di poter manipolare l’amicizia con lui al fine di sottrarci alla fatica dell’amore, Gesù conclude il suo discorso con un altro, duplice «amen» («in verità»). La solenne introduzione è d’obbligo quando bisogna consegnare al cuore la più profonda e intima delle esortazioni: l’invito a credere che non ci sono più motivi per cui la nostra terra possa sentirsi abbandonata. Dopo il compimento del mistero pasquale, siamo infatti noi, discepoli e corpo di Cristo, quello spazio di umanità e quel fermento di umanizzazione di cui Dio vuole aver bisogno per essere accolto da tutti i suoi figli, i nostri fratelli:

«In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Gv 13,20).

Ascoltiamo insieme

Quanto ti è piaciuto questo post?

Click sulle stelle per votare!

Medita voti / 5. Conteggio voti:

Nessun voto ancora! Avanti, sei il primo!

Siccome hai trovato di tuo gradimento questo post...

seguici sui nostri canali social!

Siamo dispiaciuti che questo post non ti sia piaciuto!

Permettici di migliorare questo post!

Dicci come possiamo migliorare?

Accendi una Luce per un tuo caro

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Torna in alto