il dito di Dio
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Padre, glorifica il Figlio tuo.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 17,1-11a

In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse:
«Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato.
Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse.
Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.
Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te».

Parola del Signore.

Co-stretti

Roberto Pasolini

Siamo stati creati per cose grandi, per una vita gloriosa, nonostante l’evidenza di tanti nostri giorni dica spesso il contrario. I nostri pensieri, i progetti che coviamo nel cuore, le azioni e le direzioni che assumiamo quotidianamente nascondono — talvolta rivelano — un’insopprimibile attitudine a inseguire una gloria, a raggiungere una bellezza. Eppure, questa meravigliosa “costrizione” a cui siamo destinati, per compiersi, deve necessariamente imparare a immergersi in un’esistenza segnata sempre da tanti limiti, dove tutti siamo chiamati a scoprire che la vita, in fondo, è dono e non conquista.

«Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro» (Gv 17,7-8).

Nella preghiera che Gesù rivolge al Padre, prima di entrare nella sua passione, alzando gli occhi al cielo, possiamo contemplare la mitezza di un cuore capace di dare gloria a Dio. Non si appropria di nulla il Verbo che è principio di ogni cosa, senza il quale «niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (1,3). Il Figlio conosce l’amore gratuito e fedele del Padre e desidera che anche i suoi amici possano entrare, sempre più profondamente, in questa conoscenza. Per questo non ha paura di svuotare le mani e rinunciare a qualsiasi forma di potere che non sia quella della libera condivisione.

«Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato» (Gv 17,1-2).

Anche Paolo, al termine della sua straordinaria avventura apostolica, si mostra disincantato e ardente di fronte ai traguardi e alle prove della vita. Dopo essersi prodigato e aver servito le comunità cristiane «con tutta umiltà, tra le lacrime e le prove» (At 20,19) senza essersi «mai sottratto» a «catene e tribolazioni» (20,20.23), l’apostolo matura uno sguardo su di sé ormai imprescindibilmente legato a Dio e alla gloriosa testimonianza da potergli rendere.

«Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di dare testimonianza al vangelo della grazia di Dio» (At 20,24).

Chi si abbandona alla grazia del vangelo non diventa incapace di stimare preziosa la propria vita. Semplicemente non riesce più a vederla e a considerarla a partire da se stesso, ma solo dalla missione che gli è stata affidata, anche in mezzo alle tribolazioni e alle sofferenze. Per questo è capace di rialzarsi e affrontare ogni (tipo di) giornata. Persuaso che quanto lo attende — lavorare o rimanere fermo a un semaforo, piangere o sorridere — sarà una misteriosa provvidenza del Dio che, mediante il suo Spirito, ci costringe a camminare verso il cielo.

«Ed ecco, dunque, costretto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà» (At 20,22).

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