La lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 1,40-45
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.
Parola del Signore.
Partecipi
Roberto Pasolini

Al tempo di Gesù, i lebbrosi vivevano ai margini. Nessuno li poteva toccare, perché chi era colpito da questa orribile piaga era obbligato a respingere ogni avvicinamento, secondo le prescrizioni della Legge. Tra le malattie mortali, ancora oggi non ancora completamente debellate dal progresso scientifico e dalla solidarietà umana, la lebbra è certo il simbolo di una condizione che tutti, in qualche modo, conosciamo. Esistono parti della nostra umanità, del nostro passato e del nostro presente, del nostro corpo e del nostro carattere, che possiamo senza dubbio definire “impure”. Sono i luoghi delle nostre irraggiungibili solitudini, le parti meno onorevoli della nostra storia, fatti o situazioni che ci sono capitati, il male che abbiamo scelto o subito. La lebbra è immagine di queste latitudini, di quel piccolo inferno di tristezza e oscurità che cerchiamo di nascondere a tutti. Tranne a Dio, forse:
«Venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi”» (Mc 1,40).
Quest’uomo crede che, di fronte a Gesù, può smettere di nascondersi e di vivere nell’ombra. Intuisce che «questo oggi» (Eb 3,13) di cui parla la lettera agli Ebrei è il giorno in cui è possibile prostrarsi con fiducia e libertà «davanti al Signore che ci ha fatti» (Sal 94,6) e che si può incontrare nel volto del suo Verbo fatto uomo. Il Signore Gesù tocca questa persona nella sua impurità e nella sua sporcizia, a testimonianza che a Dio interessiamo più noi che le nostre imperfezioni. Infatti, noi veniamo toccati dal suo amore prima di compiere opere e acquisire meriti, siamo amati prima di essere amabili. Soltanto sperimentando questa gratuità d’amore iniziamo il nostro esodo da ogni solitudine e paura. Tuttavia la guarigione del cuore è un processo lungo. E noi spesso abbiamo fretta di dirci e di crederci già risanati nel profondo delle nostre tristezze. È afferrato da questa tentazione anche il lebbroso del vangelo, che si trova a divulgare subito il fatto, anziché obbedire all’ordine severo di Gesù:
«Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro» (Mc 1,44).
L’amore di Dio non è condizionato dalla nostra miseria: è libero, gratuito, ostinato. Tuttavia detta condizioni alla nostra libertà, perché non vuole essere un temporaneo sentimento, ma il nutrimento per una relazione duratura. Lo afferma con passione l’autore della lettera agli Ebrei:
«Siamo infatti diventati partecipi di Cristo, a condizione di mantenere salda sino alla fine la fiducia che abbiamo avuto fin dall’inizio» (Eb 3,14).
Ecco perché non è sufficiente guarire, ma bisogna imparare a vivere in stato di guarigione. Quello che rischia di marcire clandestinamente, infatti, non è la pelle o il corpo, ma precisamente il cuore, invisibile e profondo spazio di libertà e di apertura al mistero di Dio, dove sperimentiamo le più tenaci e inaspettate chiusure alla sua grazia.
I nostri padri, nel deserto, hanno vissuto l’esperienza del possibile indurimento del cuore «pur avendo visto per quarant’anni» (3,9) le opere di Dio. Non siamo estranei nemmeno noi a questa possibilità di avere «un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente» (3,12), tutte le volte in cui non solo ricadiamo nel peccato, ma preferiamo divulgare i nostri miglioramenti, anziché rimanere partecipi del volto misericordioso del Padre, che il Figlio ci ha rivelato. Dio, naturalmente, non si arrende mai di fronte alla nostra incapacità di fare silenzio e di approfondire la relazione con lui:
«Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte» (Mc 1,45).





