Fibrillazione: un altro campanello

Pomeriggio tranquillo, sonnellino che si interrompe alle 16.30. Eugenio è vispo, vivace.

Alle 18 arriva la fisioterapista, nostra carissima amica Mariarosaria Caracciolo. Eugenio esegue a dovere i suoi piccolissimi esercizi riabilitativi. Piccoli passi in avanti.

Le sue scorrazzate avanti e dietro per il campo di basket sono lontane.

Ma ci piace averlo così adesso, è sempre il nostro papotto, il nostro Dedo, il nostro eroe.

Come in questa foto, talvolta lo sguardo è assente, perso nel vuoto, immerso nei suoi mondi, nei suoi pensieri lontani. Forse vede cioè che noi piccoli umani non riusciamo a vedere. O non vogliamo.

Alle 20 ci avviciniamo alla tavola per la cena. Come al solito lo accompagno, e lui viaggia con passo lento e insicuro. Lo sorreggo sotto le braccia, lo stringo forte a me, con tutto l’amore che ho in corpo, per non farlo cadere e per essere ancora una volta una cosa sola.

Inizia a tremare, movimenti spastici, sussulti, incontrollati. Perde conoscenza, per qualche secondo, ma perde proprio il controllo di se, si accascia, mentre io lo sorreggo, Giuseppina e Francesca prendono una sedia per farlo appoggiare. C’è ma non c’è.

Attiviamo il “protocollo Ruberto” per le emergenze di Eugenio: Giuseppina su mia indicazione visiva chiama OPBG, la guardia medica. Francesca prepara lo zaino con la cartella clinica del fratello. Giuseppina al telefono riceve indicazioni sulle prime emergenze, ma la riattaccano dicendole che le faranno sapere. Dopo qualche minuto la dottoressa di turno nell’ultimo reparto che ci ha visti degenti ci invita ad andare già domattina a Roma: pensando al caldo, al travaglio del viaggio, al trauma dello spostamento, le dico che forse è meglio rimandare.

In un decimillesimo di secondo ho messo sulla bilancia le due possibilità: Roma o casa.

Ho preferito casa.

Mi sono balenati 1 miliardo di pensieri al secondo, ma quello che mi ha fatto soppesare di più la scelta di rimanere a casa è stata la possibilità di valutare il suo stato nella nottata, e domattina a mente serena valutare il viaggio. Sperando che tutto questo sia frutto solo del nostro panico, della nostra apprensione, del nostro troppo amore.

L’amore non è mai troppo.

Pian pianino gli ho dato da mangiare: anche Francesca ha mangiato gli ottimi spiedini di carne, e Eugenio si è ripreso. Ancora non sono convinto del suo stato di salute. Facciamo per alzarci per andare nel salone, scherzando su dove e come avremmo trascorso la nottata (se in discoteca o in qualche locale notturno), e ancora una volta traballa, trema.

Abbiamo tutto pronto: trolley, zaini, l’occorrente per la degenza.

Come suggerito dalla dottoressa dell’OPBG, chiamo gli amici D’Aloia per un farmaco d’emergenza. In un batter d’occhi Peppino mi passa al telefono Antonella, che allerta il papà, il caro e splendido Alberto D’Aloia, che di corsa arriva a casa nostra, ed in meno di un secondo avevamo il farmaco, diazepam rettale, a casa.

Ecco gli amici: ci sono quando ce n’è davvero bisogno!

Decidiamo di comune accordo di metterci sul divano, “Eugenio e papino vicini vicini” come dice sempre Dedo.

Eugenio crolla dalla stanchezza.

Francesca al pc su Youtube, Giuseppina col telefonino, io scrivo questo diario.

Ogni 30 secondi guardiamo Eugenio, e osserviamo la sua respirazione.

Preghiamo insieme.

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Ciao, sono Remigio Ruberto, papà di Eugenio. L'amore che mi lega a Eugenio è senza tempo e senza spazio.

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