Cosa farai, Dio, se muoio? Poesia di RAINER MARIA RILKE

Cosa farai, Dio, se muoio?

8 Aprile 2026

Cosa farai, Dio, se muoio? Cosa succede a Dio se l’uomo smette di esistere? In questa lirica audace e quasi provocatoria, Rilke ribalta millenni di teologia: non è l’uomo a tremare davanti alla fragilità della vita, ma è Dio a dipendere totalmente dalla creatura. Se io muoio, Dio perde il suo specchio, il suo senso e la sua dimora.

Leggiamo ed ascoltiamo la poesia di RAINER MARIA RILKE

Cosa farai, Dio, quando morirò?

Sono la tua brocca (e se m’infrango?).

Sono la tua acqua (e se marcisco?)

Sono la tua veste e la tua opera,

con me perdi la ragione.

Dopo di me non hai più una casa lì

Le parole, vicine e calde, ti salutano.

Cade dai tuoi piedi stanchi

il sandalo di velluto che io sono

Il tuo grande cappotto ti lascia andare.

Il tuo sguardo che io con la mia guancia

calorosamente, come con un tocco, ricevi,

verrà, mi cercherà a lungo –

e si posa al tramonto

cadendo nel grembo di strane pietre.

Cosa farai, Dio? Io ho paura.

Traduzione di Poesie d’autore

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L’Autore: Un nomade dello spirito

Rainer Maria Rilke (1875–1926) è considerato uno dei più importanti poeti di lingua tedesca del XX secolo. La sua vita fu un pellegrinaggio costante tra Praga, Parigi, l’Italia e la Svizzera, alla ricerca di una connessione profonda con l’invisibile.

  • Il contesto: Scrisse Cosa farai, Dio, se muoio? nel 1899, dopo un viaggio in Russia che lo segnò profondamente. Rimase affascinato dalla spiritualità ortodossa, percependo un Dio più “umano”, vicino alla terra e alle cose semplici.
  • La poetica: Per Rilke, la poesia non è solo espressione di sentimenti, ma un modo per “costruire” la divinità attraverso lo sguardo e l’arte. Il suo è un misticismo estetico, dove il poeta ha il compito di dare un corpo e una voce al sacro.

Riflessione: L’abbraccio necessario tra Creatore e Creatura

La poesia si apre con una domanda che rasenta l’eresia: “Cosa farai, Dio, se muoio? / Io sono la tua brocca (se mi rompo?) / Io sono la tua bevanda (se mi guasto?)”.

1. La dipendenza reciproca

Rilke non vede Dio come un’entità onnipotente e distaccata, ma come un “divenire” che ha bisogno dell’uomo per manifestarsi. Noi siamo gli strumenti del Suo agire: siamo la scarpa che protegge il Suo piede e il mantello che Lo avvolge. Senza di noi, Dio resterebbe un’essenza nuda e senza meta.

2. Il Dio-Artigiano e il Dio-Senzatetto

L’autore descrive Dio come un ospite che perderebbe la sua accoglienza: “Dopo di me non avrai più casa / dove parole calde e vicine ti salutino”. Questa riflessione trasforma la fede in una responsabilità: l’uomo ha il dovere di esistere e di creare affinché Dio non rimanga un’astrazione vuota.

3. La fragilità dell’Assoluto

C’è una malinconia profonda nel finale, dove Dio viene immaginato come un viandante stanco, con i piedi feriti, che vaga smarrito senza il conforto dell’uomo. È un invito a riscoprire la sacralità della nostra esistenza: siamo noi a dare un volto all’infinito attraverso la nostra limitatezza.


“Tu perdi il senso, se io mi perdo.” Questa frase racchiude l’essenza del testo: un dialogo d’amore e necessità dove la creatura si scopre custode del proprio Creatore.

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