Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,44-51
In quel tempo, disse Gesù alla folla:
«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Parola del Signore.
Avere domande
Roberto Pasolini

Le parole con cui il Signore Gesù si rivolge alla folla del suo tempo si posano come un balsamo sulla moltitudine delle preoccupazioni che, in questi giorni pasquali, cercano di orientarsi al dono e al riposo dello Spirito:
«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato» (Gv 6,44).
Questa celebre affermazione che Gesù pone a commento del segno dei pani e dei pesci, se ascoltata con attenzione e accolta con fiducia, più che una parola di pretesa può diventare un vero e proprio parametro di garanzia con cui possiamo imparare a valutare la bontà del nostro cammino verso Dio.
Dichiarando che non esiste altro passaggio al Padre se non la porta stretta – eppure pienamente accessibile – della sua esperienza filiale, Gesù vuole annunciare che la salvezza di Dio non può essere in alcun modo oggetto di una conquista da parte nostra, ma soltanto un dono che possiamo disporci a ricevere. Questo fondamentale corollario del Vangelo è qualcosa che nelle nostre giornate rischiamo di smarrire troppo facilmente e, soprattutto, troppo rapidamente, anche dopo quei momenti in cui la grazia del Signore riesce a scaldare e a penetrare la roccia del nostro cuore. Fortunatamente, ogni volta che decadiamo dalla vita filiale che abbiamo ricevuto nel battesimo, le cose diventano pesanti e la nostra esistenza inizia ad assomigliare a un progetto di cui noi siamo gli artefici, un edificio costruito con le nostre sole forze.
Il Vangelo getta una potente luce su questa pericolosa deriva, ricordandoci che il cammino verso la vita eterna matura più per forza di attrazione che non per sforzo di volontà, che la sua efficacia si realizza più attraverso la custodia di un desiderio che non per forza di concentrazione. Tuttavia, come sembrano suggerire le parole di Gesù che concludono il Vangelo di oggi, ciò non significa che a noi non sia chiesto nulla per collaborare al disegno di salvezza di Dio:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51).
La metafora del cibo e dell’appetito è un ragionamento estremamente elementare, eppure indispensabile da applicare anche all’ambito della vita spirituale. Tutti siamo consapevoli che per poterci nutrire con gusto è necessario sentire l’impulso di una certa fame. Come senza appetito non si è attratti dal cibo, così senza un profondo desiderio di vivere bene l’avventura della nostra umanità non si può essere coinvolti con la missione di Cristo e del suo Vangelo.
Se la salvezza è un dono che non possiamo né dobbiamo fabbricare, dobbiamo comunque avvertire la responsabilità di sentirne una fame sincera e assoluta. Sembra proprio questa la condizione in cui si trova quell’Etìope di cui parlano gli Atti degli Apostoli. Pur essendo una persona ricca e affermata, «amministratore di tutti» i «tesori» della «regina di Etiòpia» (At 8,27), l’eunuco giunge all’incontro con Filippo come un uomo affamato, abitato da un potente desiderio di scoprire se la sua solitudine è conosciuta da qualcuno che ne possa anche svelare un significato nascosto. Lo dimostrano le tante domande che il suo cuore non teme di esplicitare: «E come potrei capire se nessuno mi guida?» (8,31), «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?» (8,34) «Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?» (8,37).
Essere affamati ed essere disposti a lasciarsi guidare sono le fondamentali libertà con cui si può camminare sotto la guida e in vista dello Spirito Santo. La missione a cui siamo continuamente invitati dal Risorto non è altro che la possibilità di condividere un pezzo di strada con ogni uomo e ogni donna che incrociamo lungo il cammino. Portando e partecipando la gioia di quel Nome in cui per tutti c’è un felice annuncio di salvezza:
«Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunùco non lo vide più; e, pieno di gioia, proseguiva la sua strada» (At 8,39).
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