Chi è il mio prossimo?
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,25-37
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?».
Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».
Parola del Signore.
Fuggire
Roberto Pasolini

Non è mai facile indossare i panni dell’ambasciatore che, pur non portando pena, si trova costretto a notificare brutte notizie ai suoi destinatari. La storia insegna che l’immunità del messaggero non sempre viene rispettata, soprattutto quando la situazione in cui ci si introduce è particolarmente compromessa e drammatica: «Alzati, va’ a Nìnive, la grande città, e in essa proclama che la loro malvagità è salita fino a me» (Gn 1,2). Tuttavia, la comprensibile reazione del profeta Giona, che si sente investito di un compito troppo grande, o comunque contrario alle sue inclinazioni e alla sua disponibilità, viene descritta con una sottolineatura a cui occorre fare attenzione e che apre un orizzonte di meditazione per l’intera liturgia di oggi:
Fuggire, talvolta, è legittimo; anzi, persino necessario se si tratta di prendere le distanze dal male, o semplicemente quando non abbiamo ancora maturato la scelta di amare i nostri nemici nella libertà e nella consapevolezza, fino a poterci esporre alla violenza dei loro sentimenti. Ma scappare da Dio non può mai essere considerata una tappa accettabile in un itinerario di sequela e di conformazione alla sua volontà. L’avvio del libro di Giona mostra fino a che punto questa illegittima fuga possa avere drammatiche ripercussioni non solo sulla nostra vita, ma anche su quella di coloro che incrociano il nostro cammino. Dopo essersi imbarcato per vivere la sua fuga, il profeta attira su di sé, e su coloro che sono nella nave diretta a Tarsis, le conseguenze di una relazione interrotta:
Una medesima dinamica di fuga è riconoscibile nella nota narrativa con cui l’evangelista Luca prolunga il dialogo tra un dottore della Legge e Gesù sul grande tema della vita eterna. Non appagato dall’aver risposto correttamente alla richiesta di Gesù sul cuore della Legge di Dio, quest’uomo religioso riesce a complicare le cose aggiungendo un’ultima domanda:
Come dimostrerà l’epilogo della splendida parabola del «buon Samaritano», il desiderio di apparire giusto agli occhi del «Maestro» è, in realtà, un malcelato tentativo di sottrarsi alle esigenze più stringenti dell’unico – seppur duplice – comandamento dell’amore. Con raffinata e incisiva capacità comunicativa, il Signore Gesù lascia che il suo interlocutore ascolti tutta la narrazione parabolica, dove si avvicendano uomini religiosi capaci solo di passare «oltre» (10,31) il malcapitato derubato e picchiato dai briganti, fino ad ascoltare di quel Samaritano capace non solo di passare «accanto» al povero, ma anche di averne «compassione» (10,33), con un moto di autentico avvicinamento e interessamento per la sua vita e la sua sofferenza. Poi, giunto al termine di una storia capace di parlare da sé, come ogni parabola dovrebbe fare, Gesù pone al dottore della Legge la cruciale domanda:
Il dottore della Legge viene così messo, a sua volta, «alla prova» (10,25) per non fermarsi sulla soglia di una comprensione teorica e astratta del senso profondo della Legge di Dio, ma immergersi in un’esperienza in grado di offrire una vivida accoglienza dei comandamenti dell’Altissimo. La medesima proposta, in qualche modo, è quanto il Signore fa a Giona, non tanto con parole in forma diretta, ma attraverso la mediazione di fatti nei quali il profeta può rendersi conto che, dietro a quella malvagità dei Niniviti che tanto lo ha spaventato, deve imparare a scorgere il mistero della compassione divina. L’esperienza di essere gettato prima in un mare che, immediatamente, «placò la sua furia» (Gn 1,15) e poi nel ventre di un pesce che, dopo appena tre giorni e tre notti, «rigettò Giona sulla spiaggia» (2,11) ottiene l’effetto di accendere nel cuore del profeta un’embrionale, ma certa speranza in colui da cui non solo non è possibile, ma nemmeno è conveniente fuggire:
fonte © nellaparola.it
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Per gentile concessione © ♥ Padre Gaetano Piccolo SJ
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