portare la propria Croce
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Da non perdere:Eugenio e Nicola in cammino Pellegrini in camminodonna che prega mani al cielo Gloria al Padre

Leggiamo insieme il commento al Vangelo del 19 febbraio 2026

Il paradosso della Croce: perdere per ritrovare Eugenio

Il brano del Vangelo di oggi (Lc 9,22-25) ci pone di fronte a una verità che scuote le fondamenta della nostra logica umana. Gesù parla di sofferenza, di rifiuto, di morte, ma conclude con la promessa della Risurrezione. Dice chiaramente: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”.

La mia riflessione: il peso dolce della Croce

Quando leggo queste parole, il mio pensiero corre immediatamente a quei giorni in cui la nostra casa è diventata un piccolo Calvario, ma anche un anticipo di Tabor. Perdere la propria vita per causa di Cristo non è un concetto teologico lontano per me; è il volto di mio figlio Eugenio.

La croce di cui parla Gesù non è un incidente di percorso, ma una scelta di fedeltà. Ricordo bene come Eugenio, nella sua semplicità di quattordicenne, abbia incarnato quel “rinnegare se stesso”. Non lo ha fatto con proclami, ma con i silenzi carichi di preghiera, con l’accettazione di cure pesanti, con quel sorriso che non si è mai spento, nemmeno quando il corpo non rispondeva più.

Ho imparato da lui che la croce “quotidiana” non è una condanna, ma un’opportunità di unione intima con il Signore. Spesso ci affanniamo a “guadagnare il mondo intero”, a cercare sicurezze, salute a tutti i costi, successo o riconoscimento. Ma Gesù ci interroga: “Quale vantaggio ha un uomo se guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?”. In Eugenio ho visto un’anima che non si è rovinata, ma che si è purificata nel crogiuolo della sofferenza, diventando un diamante luminoso che oggi riflette la luce di Dio.

Portare la croce “ogni giorno” significa, per me Remigio e per la mia famiglia, alzarmi ogni mattina e scegliere di non lasciarmi schiacciare dal vuoto della sua assenza fisica, ma di riempirlo con la pienezza della sua presenza spirituale. Significa accettare che la vita ha una logica diversa: si vince perdendo, si riceve donando, si vive morendo a se stessi.

La voce dei Pontefici: la Croce come via di speranza

Il magistero della Chiesa ha sempre visto in questo passaggio di Luca il cuore del discepolato.

Papa Francesco, commentando questo brano, ha sottolineato che la croce non è un ornamento, ma un impegno:

“Gesù ci dice che per seguirlo, per essere suoi discepoli, bisogna rinnegare se stessi, cioè i propri egoismi, il proprio orgoglio, e prendere la propria croce. E questo non per farsi del male, ma per amore, per lo stesso amore con cui Lui ha accettato la croce. Perché chi perde la propria vita per amore, la ritrova.”

Anche San Giovanni Paolo II, che tanto ha amato i giovani e che ha vissuto sulla propria pelle il mistero del dolore, diceva:

“Non abbiate paura della croce di Cristo! La croce non è il segno della sconfitta, ma il vessillo della vittoria che l’Amore ha riportato sull’odio, la Vita sulla morte.”

Queste parole risuonano in me come un’eco della vita di Eugenio. Lui non ha avuto paura della sua croce. L’ha abbracciata con una maturità che spesso noi adulti non possediamo.

Papa Benedetto XVI, nella sua profonda sapienza, spiegava che:

“Prendere la croce significa seguire Gesù nella via dell’amore totale, un amore che non si risparmia, che sa accogliere anche l’impossibile perché si fida totalmente di Dio.”

Conclusione: un cammino verso la Risurrezione

Riflettendo su Luca 9,22-25, capisco che il “terzo giorno” — quello della Risurrezione — non è solo un evento storico di duemila anni fa, ma è la meta verso cui camminiamo ogni giorno insieme a Eugenio. La croce è il passaggio obbligato, non per crudeltà divina, ma perché solo spogliandoci di tutto ciò che è superfluo possiamo indossare l’abito dell’eternità.

Ogni volta che scrivo di lui, ogni volta che condivido la nostra storia su questo blog, cerco di “perdere” un po’ della mia tristezza per guadagnare la speranza di chi sa che la morte non ha l’ultima parola. Eugenio ci ha mostrato che si può essere “vincenti” anche agli occhi del mondo che ti vede soccombere, perché la vera vittoria è restare nel cuore di Dio.

Commento al Vangelo del 19 febbraio 2026 - Remigio sorregge Eugenio nel lettuccio
Remigio sorregge Eugenio nel lettuccio – 11 settembre 2020

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