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Siano perfetti nell’unità.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 17,20-26

In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.
Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.
Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».

Parola del Signore.

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La realtà dei fatti

Roberto Pasolini

Accusato «dai Giudei» e messo in «catene» (At 22,30) a «motivo della speranza nella risurrezione dei morti» (23,6), l’apostolo Paolo viene condotto in un sinedrio che appare palesemente segnato da una divisione interna, dal momento che «una parte era di sadducèi e una parte di farisei» (23,6). Essendo anch’egli, in quanto «fariseo, figlio di farisei» (23,6), non certo estraneo alla possibilità di far prevalere logiche di appartenenza a una precisa identità religiosa, rispetto a una sincera apertura verso la ricerca del volto del vero Dio, Paolo decide di approfittare di questa situazione, per dichiarare il cuore dell’annuncio evangelico, attraverso il riferimento alla risurrezione di Cristo. La menzione di questo argomento così spinoso da un punto di vista teologico è sufficiente perché si manifesti quale mancanza di comunione sia presente nell’assemblea dei giudei:

«Appena ebbe detto questo, scoppiò una disputa tra farisei e sadducèi e l’assemblea si divise» (At 23,7).

La rottura e il dissenso che esplodono tra gli esperti di Scritture e di tradizioni religiose, non appena Paolo prova ad affermare non se stesso, ma la gloria del Signore risorto, confermano dove si radichi l’incapacità di conoscere la rivelazione ultima di Dio, per accogliere anche la «dolcezza senza fine» (Sal 15,11) del suo amore. I farisei e i sadducèi sono maggiormente preoccupati di difendere il «grande chiasso» (At 23,9) delle loro posizioni dottrinali, piuttosto che aprirsi e accogliere la definitiva testimonianza di Dio che si è rivelata nella carne umana del suo Figlio. La polemica innescata dal tema della risurrezione è tale «che il comandante» decide di «portarlo via e ricondurlo nella fortezza» (23,10), creando l’occasione perché il fariseo convertito al Vangelo maturi una rinnovata comunione con il Signore e una più consapevole assunzione del suo mandato apostolico. Ogni volta che le circostanze della vita nuova in Cristo ci espongono al rifiuto e al fallimento, il Signore trova il modo di venirci «accanto» per ricordarci che non è più possibile vivere una sequela al Vangelo che non sia, al contempo, testimonianza della Pasqua di salvezza:

«Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma» (At 23,11).

Manifestare agli altri il volto di quel Padre dinanzi al quale abbiamo iniziato a riconoscerci figli, anche quando il volto dei fratelli può mostrarsi indifferente o minaccioso, è la sola via per sprofondare nel desiderio che abita il cuore del Figlio ed è partecipato a quanti sono disposti a vivere sotto la guida del suo Spirito. La preghiera che Gesù rivolge al Padre, non solo per noi ma anche «per quelli che crederanno» anche mediante la nostra «parola» (Gv 17,20), si conclude con l’ardente desiderio che la comunione d’amore da cui scaturisce la vita divina possa diventare un universale luogo di convegno e di fraternità, dove si può imparare a restare uniti mediante un vincolo che oltrepassa – senza mortificare – ogni differenza e ogni indifferenza:

«… perché tutti siano una cosa sola; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi» (Gv 17,21).

La «realtà dei fatti» (At 22,30), di cui il tempo pasquale continua a renderci curiosi e appassionati testimoni, è il fatto che Cristo non è soltanto morto e risorto. Nemmeno che tanti uomini e tante donne abbiano creduto e accolto la vita del Vangelo, dando origine nel mondo alla testimonianza della Chiesa, la comunità dei figli di Dio. La «realtà dei fatti» originata dal mistero pasquale è che Dio desidera non soltanto rivelarci chi egli è e quale sia la verità del suo cuore. Egli desidera persino introdurci in una comunione di vita dove ogni divisione e ogni solitudine sono vinte per sempre e per tutti:

«Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo» (Gv 17,24).

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