La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,52-59
In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.
Parola del Signore.
Avere vita
Roberto Pasolini

L’insegnamento che Gesù elabora nella sinagoga di Cafàrnao è un discorso profondo, ma assai complesso. Il ricorso sistematico alla potenza del linguaggio simbolico è necessario, da una parte, a comunicare il mistero della nostra natura umana chiamata a trasfigurarsi in quella divina. Dall’altra parte, però, è un registro talmente forte da lasciare interdetti persino uditori teologicamente ben preparati:
«I Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”» (Gv 6,52).
Davanti alla nostra incapacità di entrare nel ritmo e nelle frequenze dell’amore, che non teme mai il ricorso a parole impegnative pur di mantenere unito ciò che rischia di separarsi e di separare, il Signore Gesù aggiunge al suo già lungo discorso una meravigliosa appendice, tutta imperniata sul realismo della metafora alimentare, chiave interpretativa e cifra del rapporto profondo che la sua persona invoca:
«In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita» (Gv 6,54).
Eppure è proprio l’atto del mangiare e del bere a sollevare un grosso imbarazzo nella folla in ascolto. Forse perché rispetto al bisogno di nutrimento regna in noi una certa ambiguità tra l’assunzione di cibo intesa come un «prendere» oppure come un «ricevere». Sarebbe sufficiente tradurre il verbo «mangiare» usato da Gesù con queste due diverse sfumature per rendersi conto che la sua offerta di vita non può certo essere data per scontata. In effetti, se facciamo attenzione al modo in cui prepariamo e consumiamo i nostri pasti, possiamo riconoscere che il nostro mangiare è spesso vorace, disordinato, solitario e, talvolta, persino compulsivo. Prendere cibo, spesso, non è altro che l’atto con cui ci illudiamo di poterci servire delle cose per alimentare quella sorgente di vita di cui riteniamo di poter disporre con una certa libertà e autonomia. Non è l’espressione umile e grata di chi riconosce – proprio ricevendo cibo – di non essere in alcun modo proprietario o sorgente della propria esistenza.
Questa modalità di assunzione del cibo potrebbe essere paragonata a quella sottile arroganza con cui, talvolta, crediamo di essere sulla via giusta, al punto da sentirci in diritto di arrestare il cammino degli altri. Come fa Saulo quando si trova nella necessità di confrontarsi con la vita dei primi testimoni del Risorto:
«[…] E chiese lettere per le sinagoghe di Damàsco, al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme tutti quelli che avesse trovato, uomini e donne, appartenenti a questa Via» (At 9,2).
Di fronte a questa ostile chiusura nei confronti degli altri, Dio si prende la libertà di esplicitare il suo disappunto, offrendo al futuro apostolo delle genti la più amara e dolce delle esperienze. Finendo a terra ma, soprattutto, cadendo improvvisamente dal trespolo delle proprie certezze, il fariseo Paolo sperimenta il fallimento del proprio individualismo, incamminandosi verso la gioia di un modo di vivere in cui nessuno può essere salvo se non si mette a tavola insieme agli altri:
«Sàulo allora si alzò da terra, ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco. Per tre giorni rimase cieco e non prese né cibo né bevanda» (At 9,8-9).
I momenti in cui vengono rovesciate le abitudini con cui sediamo alla mensa della realtà non sono la necessità perché Dio possa mostrarsi la fonte – abbandonata – della nostra vita. Al contrario, sono le occasioni in cui la sua potenza d’amore è finalmente libera di sostituire la pellicola del film in bianco e nero a cui ci sentiamo condannati con il meraviglioso film a colori che egli desidera — da sempre — realizzare con noi e con tutti. Sempre e solo così, infatti, si accede alla gioia e all’esperienza della risurrezione in questo mondo: quando si torna a credere che la vita, in fondo, l’abbiamo ormai con noi. Non perché ci appartiene, ma perché attraverso il sangue e corpo di Cristo ci è donata come vero cibo. Come bevanda autentica.
Ascoltiamo insieme






