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commento di Mc 9,30-37, a cura di Chiara Selvatici

La vita comincia dove finisce la tua comfort zone.

Neale Donald Walsch

Mi preparo

Chiudo gli occhi,
mi concentro sul momento presente,
libero la mente da preoccupazioni e pensieri,
esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore

Entro nel testo (Mc 9,30-37)

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Mi lascio ispirare

Gesù si è preso del tempo per stare con i discepoli per aiutarli a comprendere che cosa succederà, per raccontare loro quale tipo di Messia ha scelto di essere.

Le sue parole sono molto dure, incomprensibili per i discepoli che però non hanno il coraggio di domandare nulla. Hanno paura di sapere la verità di quelle parole, sono parole che li getterebbero nel buio, nella nebbia, li obbligherebbero a mettersi in discussione. Ci sono parole che a volte ascoltiamo, ma non permettiamo che ci raggiungano, ce le lasciamo forse scivolare addosso perché se le ascoltassimo veramente, saremmo obbligati a uscire dai nostri schemi, da ciò che crediamo e ci siamo costruiti e ci metterebbero in crisi.

Gesù sa che i discepoli sono abitati da una ricerca di grandezza umana, ma non li giudica. Con amore di madre cerca di aiutarli a uscire dalla comfort zone che si sono costruiti, pone al centro un bambino, una creatura indifesa che ha bisogno e chiede di essere presa in braccio e accudita.

Chiede ai discepoli, e quindi anche a noi, di accoglierlo tra le nostre braccia con le sue paure, perché solo quando inizieremo a scardinare le logiche del potere e del primato assoluto potremo capire veramente le sue parole: la grandezza non si misura dalla forza, ma dalla debolezza.

La vita passa attraverso la morte, ma la morte non è mai l’ultima parola.

Chiara Selvatici

Immagino

Provo a visualizzare la scena, il luogo in cui avviene, i personaggi principali, le parole che si scambiano, il tono delle voci, i gesti. E lascio affiorare il mio sentire, senza censure, senza giudizi.

Rifletto sulle domande

Cosa mi aiuta a vedere la presenza del Signore risorto nelle situazioni di morte?

Cosa mi aiuta a comprendere le parole del Signore e a farmi interrogare da esse?

In quali situazioni il fascino del potere e del primeggiare mi abita in maniera più forte?

Ringrazio

Come un amico fa con un amico, parlo con il Signore su ciò che sto ricevendo da lui oggi…
Recito un “Padre nostro” per congedarmi e uscire dalla preghiera.

(fonte © GET UP AND WALK)

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