Mille e mille sono i pensieri che mi attanagliano, che ci attanagliano, sia a me che a Giuseppina.

Ma adesso occorre un pochino di lucidità. Non ne abbiamo più molta, raschiamo il fondo per vedere quella che ne è rimasta.

Dopo “la notizia”, fredda come la lama di un coltello, buia come una notte senza luna, ci aggrappiamo all’ultima speranza. Un programma sperimentale di cura.

Occorrono i “blocchetti in paraffina“, che io ho conservato gelosamente come reliquie, sicuro che potessero servire. E’ così è stato: se non le avessi conservate, ma come richiestomi dalla Neuromed, le avessi restituite, adesso saremmo in braghe di tela, ad attendere una burocrazia spesso ottusa e macchinosa.

Quindi, come richiestoci dalle oncologhe Cacchione e Paiano, oggi 22 maggio, le portiamo alla loro attenzione al OPBG, con tutta la speranza che due genitori innamorati del proprio figlio possono riservare in quei due quadratini di plastica 3×2.

La mia intenzione, per evitare di fare un altro viaggio a mia moglie lasciando ancora una volti soli a casa i nostri figli, era di andare in autobus o treno, ma Giuseppina non ha molto gradito l’idea, visto il periodo di infezione covid e anche lo stato psicologico che ci portiamo addosso , dal 13 settembre 2019 e anche dal 21 maggio ultimo.

Come sappiamo fare, trasformiamo una ulteriore via crucis in una piacevole gita di piacere: chiediamo a Francesca ed Eugenio se hanno voglia di fare una gita fuori porta in direzione caputi mundi Roma, e loro, con la verve e la gioia dell’animo puro del bambino, accettano volentieri.

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Alle 10, con tutta calma, dopo una bella colazione, siamo tutti e 4 in auto, pronti per questa nuova avventura.

Viaggio tranquillo, autostrada abbastanza affollata, non come il periodo di lockdown.

Alle 10.40 decidiamo di fermarci all’autogrill Casilina Est, dove preparano un ottimo cornetto con tanta Nutella, che i nostri amori adorano e divorano con il piacere del palato e della pancia. Io e Giuseppina il classico caffè dell’autista.

Eugenio autogrill Casilina

Prima del covid questo autogrill era pieno all’inverosimile; oggi deserto. Mette soggezione.

Piazza Adriana, Piazza Pia, incrociamo via della Conciliazione, salutiamo con la manina (e con il cuore) Papa Francesco, che speriamo con tutto il cuore ci guardi, e ci pensi.

Rapidamente lascio Giuseppina avanti all’ingresso S. Onofrio dell’ospedale Bambino Gesù, io proseguo per piazza Garibaldi.

Parcheggio proprio vicino alla statua equestre del condottiero, e avvolti da un calore estivo e da uno splendido sole romano, scendiamo per visitare il parco del gianicolo.

Eugenio appoggiato statua

Sarò fin troppo premuroso, sarò eccessivamente attaccato a lui, ma non riesco a non controllare ogni minimo passo, ogni minimo sussulto, ogni più piccola variazione del suo respiro.

Francesca libra nell’aria, come una bimba di 8 anni deve fare, anche se il suo coinvolgimento in questo dramma è profondo, è subdolo, e talvolta appare in tutta la sua drammaticità. Io sempre riservo 3 abbracci ad Eugenio, ed anche 2 a Francesca; 5 sguardi ad Eugenio e 4 a Francesca. Non deve sentirsi esclusa, non deve sentirsi appannata dalla malattia del fratello, così cerco di renderla partecipe, per quanto basti, alla vita che stiamo vivendo.

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Il panorama di Roma è stupendo, Eugenio e Francesca sono sereni, freschi della loro gioventù, spensierati. Col passo sempre instabile ed insicuro, Eugenio tiene sempre alta la mia attenzione. Talvolta cerco di scrutare nella sua mente, nei suoi pensieri, e cerco mio figlio, l’Eugenio che ho smarrito il 15 settembre 2019, il giorno in cui la prima operazione al cervello l’ha allontanato da me, l’ha allontanato da tutti, e vaga libero e perso nei suoi pensieri. Di chissà quale mondo.

Tempo 10 minuti, Giuseppina ha consegnato i blocchetti in paraffina in reparto, e richiamatomi, arriviamo a prenderla al solito ingresso. Ritorniamo dal caro Garibaldi, fermo li con un gabbiano sulla testa, e attorniati da piccioni e da un composto e maestoso gabbiano, mangiamo il nostro panino nella tranquillità dall’alto del panorama romano.

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Storditi dal caldo, storditi dagli eventi così drammaticamente succeduti, abbiamo desiderio di svago, di aria aperta, di pensieri liberi, di vita. Decidiamo su due piedi di andare all’outlet di Valmontone, che sappiamo benissimo piacere a Francesca, ad Eugenio ed anche un pochino a me e Giuseppina.

Alle 15 siamo li. Rarissime automobili ci incrociano, rarissime auto sono nel parcheggio del centro commerciale all’aperto. Accolti da un vigilantes col termoscanner in mano, quasi dovessimo entrare in sala operatoria, disinfettiamo le mani e ammoniti di tenere sempre alta la mascherina, entriamo.

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Eugenio galleggia a 3 centimetri da terra, lui che ama la moda e il buon vestire.

Lui e Giuseppina girano in lungo e in largo l’outlet in cerca del tanto desiderato jeans con salopette oggetto del desidero di un Eugenio attento al look.

Niente, non è ancora arrivato sugli scaffali del Valmontone.

Da Original Marines, Francesca e Giuseppina fanno shopping di leggings e pantaloni per una bimba in rapida crescita. I fortissimi sconti e la buona qualità del brand facilitano una buona scorta. Nei negozi è solo permesso l’ingresso di max 4 persone alla volta.

Camminiamo, tanto, giriamo, tanto. Questo camminare e stancarci anestetizza il dolore.

Sono le 17: Eugenio accusa i primi segni di stanchezza. Decidiamo di tornare a casa.

Alle 18.30 entriamo a casetta nostra dove la stanchezza non ci permette di pensare ad altro che a una bella doccia, e una cena calda.

Abbiamo solo il tempo di accendere la tv, di cambiare canale a raffica, ma non è il programma che non ci piace: sono le palpebre che si chiudono automaticamente.

Faccio le fusa al mio gattino Eugenio, recitiamo le nostre preghiere nella speranza qualcuno le ascolti e le accetti.

Il mio sorriso nasconde un dolore immenso.

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