1 ottobre 2019, martedì

Il giorno del tuo secondo intervento. Se per il primo c’era stata l’urgenza, l’emergenza di salvarti la vita, ora c’è la consapevolezza. In quindici giorni abbiamo avuto il tempo di assimilare, di farci trapassare anche l’anima dalle parole dei dottori.

Alle 8.00 sei già pronto, io ti ho aiutato ad indossare ancora una volta quel camice verde e la cuffietta. Nonna Amalia (l’infermiera Amalia Saiello ) pronta con la barella a portarti giù

Quando Raffaella ha visto queste foto, inviate da Remigio, si è arrabbiata con Dio; “Signore che fai, una madre abbottona la camicia a suo figlio sposo, laureando, al suo primo giorno di lavoro”…

Cara Raffaella, un genitore è tale sempre, nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia, sul campo di basket e vicino ad un letto d’ospedale. Non è Dio l’artefice del nostro dolore, non è Lui la causa delle nostre sofferenze.

Stavolta riusciamo ad accompagnarti entrambi, io e papà, fino al blocco operatorio; quanta angoscia in quei minuti, mascherata dal sorriso e dalle rassicurazioni. Ti lasciamo nelle mani dell’equipe del prof. Paolini e ci avviamo verso la sala d’attesa.

Il tempo di sederci ed ecco che arrivano Luana e Nicola, Teresa e Martina, zia Concettina e Mariapina. Un caffè, un cornetto, tante parole di conforto, una preghiera in cappella, tante telefonate e messaggi a cui rispondere. Nonne, zie, amici e amiche, lontani o bloccati dalla mattinata lavorativa, ma con noi uniti nella stessa attesa…

Minuti che scorrono lenti, diventano ore. Perdiamo il senso del tempo. Non sappiamo quanto tempo è passato, prima che quella porta si apra.

Ecco, sono circa le 15 e finalmente il prof. Paolini esce; la sua aria sempre seria, sempre assorta non ci permette di capire come sia andata. Ci avviciniamo, abbozza un sorriso. Intervento riuscito!

Nello spazio di un centimetro e mezzo è riuscito ad entrare nel tuo cranio, nel cervelletto, senza fare danni permanenti e ha tolto il “piccolo mandarino” insidioso.

Dalla gioia gli salto al collo e lo bacio, gli lascio le mie lacrime sulla guancia continuando a ripetere “grazie”. Lui non si scompone (forse), mi guarda e mi abbraccia a sua volta.

Tra un pò potremo vederti, sei in rianimazione; ancora una volta, sei lì, al freddo, da solo e con tanti fili e macchinari a controllare ogni tuo respiro.

Ci muoviamo tutti lungo il corridoio e ci mettiamo in attesa di poterti vedere. Intanto aumentano le telefonate, i messaggi, gli incoraggiamenti, tutti per te, guerriero.

Finalmente possiamo entrare a vederti.

Eccoti, bellissimo come sempre, nella foto che papino è riuscito a scattare eludendo il controllo.

Quale gioia quando ti abbiamo visto respirare autonomamente, non c’è stato bisogno di intubarti, né di mascherina. Ancora una volta ci hai stupiti, la tua forza è seconda solo al tuo coraggio.

Usciamo, ma rientreremo. Lasciamo il tuo letto per pochi minuti, per permettere a Nicola (già, temerario nel volerti vedere ad ogni costo), a Luana, e poi a Teresa e Martina, di salutarti.

Siamo rincuorati dalle parole del prof. Siamo saldi nella fede in Dio. Siamo consapevoli che quello che ci aspetta non è una passeggiata. Ma siamo fiduciosi, sei il nostro guerriero e, non ci hai deluso nemmeno stavolta. Siamo sempre più orgogliosi di te, semmai è possibile.

Lotta, combatti, questa notte sarà lunga e fredda laggiù da solo, ma domani saremo ancora insieme, uniti indissolubilmente.

Ti aveva tanto colpito questo guerriero, a Verona, avanti all’Arena. Ma tu sei più forte!

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